Pietro Cardelli – La giusta posizione (Marcos y Marcos 2019)

[Pochi giorni fa su La Balena Bianca è uscita una mia lunga recensione sul XIV Quaderno di poesia italiana. Ho deciso di pubblicarne qui alcune parti relative ai singoli autori. Oggi cominciamo con Pietro Cardelli. Buona (ri)lettura!]

Pietro Cardelli, il primo antologizzato, può talora richiamare Jacopo Ramonda e Simone Burratti (via fino al modo di Broggi e degli altri autori di Prosa in Prosa) per la denotatività da referto, la passività e indeterminazione di un soggetto poetico quasi anestetizzato al dolore, la mancanza di prospettive e di mitografia del singolo («Questa normalità disarmante ti piace: non opponi resistenza», si legge nella sequenza di micro-prose di La consolazione, p. 25); ma altrove, passando dalla prosa al verso (e la soluzione del prosimetro caratterizza anche Donaera e, in modo più sfumato, Gallo e Lotter), troviamo in un giro di versi l’epifania di una poetica della resistenza: «finalmente | eravamo in due, eravamo gentili» che non può non trovare consonante il prefatore Fabio Pusterla, il quale individua fra gli altri il magistero di Fortini e legge il libro presentato (La giusta posizione) secondo una dialettica di accettazione e ribellione. Non mancano situazioni zanzottiane e sereniane (per esempio la situazione di Le curve dell’appennino, pp. 58-60, col poeta che guida e osserva il paesaggio, rimanda a Ancora sulla strada di Zenna, ma anche al biografismo aneddotico dell’ultimo Dal Bianco, che recensii qui). Linea lombarda e poesia civile, ma con tutto il carico di disillusione e lo smarrimento dell’ultimo decennio, dunque, e al tempo stesso aspirazione poematica e raziocinante nella costruzione del discorso (“autocontrollo” è parola-chiave in Cardelli). Compresenza di tensioni e modelli forse non sempre del tutto risolti nei vari cambi di registro e prospettiva, ma senz’altro indicativi di una pluralità potenzialmente feconda per le prove future dell’autore.

Gianluca Mantoani – nota a tre testi

(Questa nota è già apparsa sull’ebook Laboratorio in differita. Pareri di lettura sulla poesia emergente, pubblicato su In realtà, la poesia. I testi seguono le considerazioni che li riguardano. Chiude la risposta dell’autore)

 

La valle si apre

Riconosco, forse perché anch’io vivo nella Pianura e prendevo regolarmente il treno, quanto descrivi. Mi piace l’inizio in medias res, con un tempo presente che coglie sia l’attimo dell’azione sia la sua ripetizione (strade / che spargono donne e uomini). Mi piace anche il colloquialismo dell’avverbio di modo praticamente e il tono riflessivo/contemplativo dell’insieme. I versi sono dinamici il giusto da suggerire il movimento nella prima strofa, e le inarcature nelle ultime due sostengono la meraviglia (davvero / prende profondità) e lo sgomento descritti. La gestione del verso e del lessico mi sembra sicura e senza pecche particolari.

Detto questo, ho riserve d’altro tipo – di poetica, direi. Anzitutto, da un lato sia stile sia temi rischiano di ripetere un luogo novecentesco un po’ usurato, quello dell’osservatore che, in un momento epifanico, assiste a una sorta di miracolosa compenetrazione con l’esterno (che sono già in lui). Nulla di male in questo, di per sé, e probabilmente anch’io a lungo sono stato affascinato dall’epifania nel quotidiano. Eppure, il rischio è che la testimonianza narrata si riduca a epifania soggettiva, a fatto puramente biografico, come succede in non poche poesie di Prove di libertà, libro di Stefano Dal Bianco non particolarmente riuscito a mio avviso (anche là si parla del lascito di un viaggio). La seconda riserva è strettamente legata alla prima: proprio perché da un lato descrivi l’oggettivo (relativo, ovviamente) visto dal treno, e dall’altro una tua reazione ad esso, mi sembra che la scelta di usare la constatazione diretta (le coglie ovunque) indebolisca la poesia: come se sentissi il bisogno di rendere esplicito il suo tema anziché, più indirettamente, lasciare intuire gli effetti di questa osservazione. Quel Ma a inizio verso è un’altra spia sicura di una poetica novecentesca che ha fatto il suo corso e dalla quale, a parer mio, dobbiamo sforzarci di uscire. Insomma: forse mi piacerebbe che osassi di più, nel senso di scoprirti maggiormente, oppure all’opposto cercherei maggiore freddezza, magari evitando quei lacerti assertivi (Così i treni dividono il tempo) alle quali anch’io mi affidavo molto ma che rischiano di smorzare la percezione di autenticità di una poesia.

 

La valle si apre

La valle si apre e le chiuse
governano i canali, l’elettrodotto corre
ramificando la pianura sopra strade
che spargono donne e uomini
verso foglie di destinazioni e legano
radici, praticamente ovunque,
come l’erba selvatica.

Così i treni dividono il tempo,
tagliano la luce, sciamano innumeri
gesti personali, ripartendoli fra le stazioni
di diversa importanza.

Inizia la giornata in seconda classe,
seduto guardare la pianura che riassume
da poche centinaia di metri alla vista
usando come vuole le tegole,
le siepi, i salici, le galline, i muri di fabbrica
i bassi fabbricati, le code, i passaggi
a livello, i tronchi già marci nel fiume,
le strisce regolari di letame nei campi.

Ma è da questa parte degli occhi che davvero
prende profondità la Pianura.
Dalla sua parte si modella come liberando un taglio
di porfido dal volume ingannevole,
la mano del visionario scultore,
suscita infine, nella luce, l’impressione di figure
che sono già in lui,

soprattutto perché le coglie ovunque, suo malgrado,
con meraviglia e curiosità
e sgomento.

 

Atti di Transazione Generale Novativa

Poesia decisamente diversa dalla precedente, spudoratamente prosastica e di carattere apertamente sociale. A guardar bene, tuttavia, la spinta è la medesima: li osservo come un entomologo. C’è nuovamente distanza, c’è una attitudine molto didattico-ragionativa che nell’altra poesia affiorava e qui invece si prende tutta la scena. Non lo so, ho problemi con questa poesia perché, pur intravedendoci uno stile e temi tipici di alcuni poemetti degli anni ‘50/’60 (Vedi Una visita in fabbrica di Sereni), mi sembra che il testo rischi di ridursi a una specie di parafrasi del contratto citato in corsivo in alto. Io non credo che esistano toni giusti o sbagliati in poesia, ma che si debba stare attenti a usare con parsimonia quelli più “estranei” all’afflato lirico: nel modernismo aveva avuto senso inframmezzare a sprazzi lirici lunghissimi documenti legali o storici, eppure ciò di cui resta memoria è il peso di quanto si dice e il successo di qualche immagine.

Lo spunto di questa poesia è assai forte, però non mi sembra tradotto nel linguaggio emotivo che ci si aspetterebbe. Non intendo dire che occorra essere svenevoli, tutt’altro. Ad esempio, avresti potuto rendere il senso di estraniazione che segue un dolore incredibile o la fine di un lavoro (l’osservo come un entomologo) cercando di parlare d’altro, focalizzandoti su dettagli irrilevanti, senza il bisogno di esplicitare il tema a ogni verso e senza esplicitare lo stato d’animo verso la fine (togliendomi soldi, fiducia) ma lasciandolo intuire, mostrando anziché dicendo (per es. togliendomi soldi, fiducia potrebbe essere riscritto come la monetina sarà caduta dalla tasca, / ci ha preceduti nell’idea di scivolare via).

Atti di Transazione Generale Novativa
ex artt. 1965 e segg. del Codice Civile

“Premesso che le Parti hanno rilevato che le condizioni
per svolgere le mansioni di cui al punto A sono venute meno;
ai fini della conservazione del posto di lavoro, il Lavoratore
manifestando disponibilità ad accettare un inquadramento inferiore,
e una riduzione della retribuzione lorda, ha fatto altresì richiesta
di essere adibito ad una nuova mansione.
Tutto ciò premesso, il Datore aderisce alla richiesta e il Lavoratore,
nell’accettare quanto sopra, dichiara di essere pienamente soddisfatto
e di non avere altro a pretendere…”

Perciò ecco il Lavoratore oggetto del conflitto di interessi,
(essendo un atto individuale non è esatta la categoria del conflitto di classe
o non è più questo il punto?),
ma stemperato sobriamente – il conflitto – nell’idea conviviale
di un “accordo fra le parti”.

Ed ecco – infatti – che firmano – le Parti – assistite dai Rappresentanti
di Categoria – una riduzione di stipendio a scambio
di un posto di lavoro non perso.

L’osservo come un entomologo, l’osservo come un antropologo
(partecipante, intendo) come se stesse capitando ad altri, l’Azienda profittare,
proprio nel senso tecnico di trarne il miglior profitto,
dal suo essere l’attore dominante. Il più forte fra le parti.

Togliendomi soldi, fiducia, verità, parole, lasciandomi
ancora una volta, la voce,
da troppo tempo, più che repressa, ormai. rappresa.

 

 

 

La consegna

Questa mi sembra, delle tre, la più riuscita. Sei diretto e prosastico, eppure riesci a trasmettere, col minimalismo della fine, come l’abitudine (o la vita? Con la consegna del latte…) prevalga sull’orrore e sulla cronaca, specialmente in quanto mediate. Il tono sembra di sottile sarcasmo e disillusione, forse anche per via di quel latticini che suona ironico. Come potrebbe esserlo alla ribalta che, usato come espressione di successo nel linguaggio corrente, preannunzia invece una lettura letterale (alla ribalta = ribaltato; per questo potresti forse omettere ribaltato dal verso 4). L’inizio mette in medias res, con quel poi che qui non è avverbio di tempo ma marca colloquiale, mentre diventa avverbio di tempo nel crescendo dell’anafora all’inizio di ogni strofetta. La prosasticità è controbilanciata bene dall’uso delle rime interne. Qui sei testimone diretto senza nemmeno una volta dire “io”: anche per questo, credo, la poesia è una poesia riuscita.

 

Poi un giorno il camion delle consegne dei latticini
semplicemente non è arrivato alla ribalta
dello Scarico Merci.

Poi qualcuno per telefono ha saputo dell’incidente
in tangenziale, del mezzo ribaltato, un altro ha ricordato
la radio, il giornale, prima dell’alba in tangenziale
un incidente mortale.

Poi l’Addetto al Ricevimento scrollava la testa e lentamente,
fra le pedane, ognuno portava un pezzo : l’età, la storia, un malore,
un nome.

Più tardi, in qualche modo, è arrivata lo stesso la consegna
del latte.

 

 

Giudizio complessivo

Purtroppo e inevitabilmente non si può dire molto di un autore a partire da poche poesie. Però ho l’impressione che tu cerchi di differenziare stilisticamente le poesie (o forse questo era un criterio di scelta affinché io potessi avere un’impressione il più possibile variegata della tua attività) mentre il centro tematico dell’osservazione rimane intatto. Personalmente, apprezzo i dettagli concreti della tua poesia e il respiro potenzialmente collettivo che vi si avverte, ma penso che a tratti si potrebbe lavorare di più sul piano espressivo, magari evitando di esplicitare i temi o addirittura un tema (altrimenti, potresti farlo ma in chiave ironica) e provando a far parlare di più le immagini, aumentando la loro risoluzione (il dettaglio attraverso cui enunci le cose) e quindi, implicitamente, anche il tuo coinvolgimento di osservatore pienamente “partecipante”.

 

Considerazioni dell’autore

Ciao Davide, grazie infinite per l’attenzione e la precisione con cui hai letto i testi.

Non scusarti per i tempi perchè in ogni caso il servizio che mi hai reso è davvero importante, ti ho sollecitato perchè ho solo temuto che alla fine ti passasse di mente di rispondere.

Le critiche sono puntuali e mi danno modo di tornare sul testo con attenzione diversa. La seconda poesia è, come hai intuito, quella che trasuda più coinvolgimento diretto e quindi necessita evidentemente di un intervento per darle equilibrio prendendo le distanze.

L’ultima, che tu trovi meglio riuscita è paradossalmente quella che è stata prodotta con meno interventi e mediazioni. Al contrario della prima nella quale non riuscivo però a notare quelle che tu chiami “spie didattiche” e che in effetti denunciano una certa mancanza di forza nel dare al tema trattato una veste discorsiva che possa stare in piedi al di là del proprio coinvolgimento emotivo. Quel testo era nato come una descrizione narrativa e poi certe tensioni interne mi hanno spinto a cercare di riportare il testo in una poesia.

Mi lasci un’indicazione di lavoro che è molto e anche un’opinione favorevole sull’uso del verso e del lessico,  che mi fa piacere. L’indicazione sulla necessità di affinare la scelta di poetica in una direzione piuttosto che in un altra è altrettanto importante. LA cosa più difficile e preziosa è avere un parere critico su cui lavorare.  Grazie ancora

Gianluca Mantoani

Damiano Sinfonico, “Storie” (L’Arcolaio 2015) – nota di lettura e dialogo con l’autore

(Un anno fa, giorno più giorno meno, La Balena Bianca pubblicava una mia nota al libro d’esordio di Damiano Sinfonico, seguita da un botta e risposta che si è configurato come vero e proprio dialogo – fatto di stima e distanze, prese di posizione decise ma non chiuse all’altro. Una piccola lezione, credo, contro chi lamenta sia la sterilità della critica sia la presunta chiusura degli autori, che poi sono due facce della stessa medaglia. Poesie di Sinfonico sono leggibili qui , qui e qui. Buona rilettura).

Caro Damiano,

ho appena finito di rileggere le tue Storie, che gentilmente e con gratuità mi inviasti alcuni mesi fa. Vorrei ricambiare la tua fiducia con una serie di appunti e riflessioni che non vogliono essere veramente una recensione, ma piuttosto una sorta di dialogo o scambio a distanza.

Il tuo è un libro che non mi ha lasciato indifferente – devo dire anzi di averci avuto un rapporto conflittuale, e questo aver smosso le acque potrebbe essere un bene. Da un lato, ammiro l’operazione che vi ho intravisto, e sulla quale tornerò nei paragrafi successivi. Dall’altro, la poetica che mi sembra sottenderla (e che forse è costitutivamente legata al tipo di operazione che hai svolto) è agli antipodi del mio modo di volere e intendere la poesia. Questi due aspetti si richiamano come due facce della stessa medaglia, e pertanto cercherò di intrecciarle nella mia argomentazione, seguendo le suggestioni e le tematiche dei tuoi testi. C’è parecchio da dire, e spero di farlo in maniera non troppo disorganica.

Già il primo testo mette in scena un io poetico indebolito, recipiente della forza perlocutoria di un “tu” imprecisato ma che possiamo dedurre intimo. L’io si comporta come un riccio – il suo attacco è la difesa, è l’evasione nella storia e negli studi (Costanza d’Altavilla) contro un esterno che arriva nella forma mediata della semiosi piuttosto che nella cruda esperienza. Il vecchio Montale scriveva che il male degli altri non ci riguarda (cito a memoria), e qui l’io non fa mistero del proprio voler essere lasciato in pace in una sorta di ovatta. Stessa attitudine – ma più spavalda, più proattiva – si ritrova nel testo di p. 33 (mi secca, me ne infischio). C’è quindi il tema della non-comunicazione, che però non viene dall’impossibilità di capirsi ma dalla scelta di non ascoltare, o meglio di non “connettersi” (protezione dal bombardamento di informazioni inutili o egoismo utile a una propria sopravvivenza?).

Dunque quello che scrive Gezzi nella prefazione – il fatto che non ci sono ammiccamenti, almeno formali, alla prosa – io lo estenderei alla mancanza di ammiccamenti nei confronti del lettore: l’io poetico non sembra infatti avere intenzione di piacere al lettore. Anzi, come dirò più avanti (ed è questo il nodo di ammirazione-rifiuto cui accennavo prima) nemmeno si tratta di un io poetico, ma piuttosto di un “io sovrapersonale” che è somma di atti o riflessi quasi involontari, dove non trovano posto né la volizione né – il che è forse lo stesso – la voglia di riscatto simbolico. Ecco, questa è parte dell’operazione che esteticamente apprezzo per il fatto di servirsi di uno stile apparentemente autobiografico, confessionale, per in realtà scansarne l’egocentrismo. La dichiarazione di poetica di Storie sta forse tutta in questo verso, soprattutto nell’avverbio valutativo che lo chiude: parlano di dolore, impudicamente (p. 36), e in effetti la grotta sanguinante della stessa poesia forse simboleggia (uno dei pochi simboli dell’intero libro) un proprio apprendistato poetico di marca eccessivamente lirica, che ora si rinnega per azione uguale e contraria. Un’operazione, inoltre, che spesso insegue un vagheggiato grado zero della scrittura (nessuno scarto del lessico in alto o in basso, assenza dell’ipotassi, chiarezza estrema delle poche metafore, e così via). Questa operazione mi sembra erodere gli istinti più espressivi dell’io enunciante proprio come, all’opposto, uno stile ipertrofico e massimalista tenderebbe ad enfiarli con risultati talora drammatizzanti e talaltra ridicoli. Quello a cui tu sembri voler rinunciare è l’idea di idioletto, di stile sociologicamente atto a identificare un parlante specifico. Se questa mia tesi tiene, mi è difficile non postulare un certo tuo fastidio nei confronti dell’equazione a tre termini stile=espressione=personalità, avversata a carte più scoperte e con maggiore veemenza nelle operazioni sperimentali di un Broggi o di un Ramonda. Ecco, è proprio contro questa sottesa poetica anti-romantica (che percepisco come rinunciataria e deterministica), che io dirigo tanto la mia pratica poetica quanto quella critica.

Dopo questa digressione – ma centrale per il mio argomento – torno ad altri temi, ad altri testi. Pratichi una poesia anti-simbolista ma a tratti, forse, persino anti-introspettiva, quasi un referto di cronaca. Non posso non prendere a esempio il testo a p. 35, proprio perché la sua occasione-spinta è simile a quella che generò un mio testo (nel mio caso, fu un lapsus, ma legato alla malattia terminale di un mio zio). Qui esponi con brutalità quell’esperienza che altrove era mediata dalla semiosi, dai mezzi di comunicazione-connessione. Però scegli di farlo mediante una presa esterna – extradiegetica – e quindi sta al lettore trarre un insegnamento dalla parabola, piuttosto che soffermarsi sul sentimento di colpa verosimilmente provato dall’io poetico. L’io è dunque ridotto a un riflesso o a un elemento di uno sfondo, o quando è presente lo è in modalità “stand-by” – il sogno, per esempio, quasi a rimarcare l’impossibilità o persino la poca augurabilità dell’azione, verbale o fisica che sia. Non è un sogno, scrivi a p. 14, ma in realtà lo sembra – un sogno ad occhi aperti, in dormiveglia forse, ed è anche impossibile non interpretare la negazione come una affermazione più forte, come quando Sereni scrive non era un sogno, vi dico (La speranza). Speculare a questa è la poesia a p. 25, dove però il sonno fa emergere empatia nei confronti del tu (non a caso la poesia è nella sezione aperte), e quella a p. 41 che ha una grazia orientale (non solo per l’aggettivo tibetano).

Per aperte si apre (perdonami il poliptoto!) un discorso a parte, giacché per questa sezione il mio giudizio è più positivo. Non solo perché più lirica – e quindi più sostanziata da un’esperienza che dice più dell’interiorità di chi scrive piuttosto che inseguire una sorta di datità depersonificante – ma anche perché la mancanza di punti a fine verso, che secondo me rende talora meccanica la lettura delle altre sezioni, mette proprio meglio in evidenza l’idea e la pratica del verso-frase. Il verso ne sono passati di mondi sotto l’acqua (p. 26) ha una dizione mossa, latamente esclamativa e che è chiave d’accesso verso il sentimento di chi strive; riuscito lo scrambling, o permutazione, dell’espressione idiomatica “ne è passata di acqua sotto i ponti”, e quindi sottotraccia c’è il topos del tempo che scorre, del tempo fatto acqua (Montale). L’esotismo di questi toponomi slavi e balcanici (Bratislava, Zlotogrod) da un lato richiama l’idea delle mappe e la poesia a p. 14 e i meridiani della già citata poesia a p. 25; dall’altro, la dislocazione sa più di apertura al cambiamento che di fuga o evasione, come accadeva invece con Costanza d’Altavilla.

Bella, nella poesia a p. 34, la polivalenza che leggo in quel ci tocca iniziale (“ci tocca sopportare” oppure, al contrario, “ci tocca, ci commuove”, quindi portando a compimento la tensione fra indifferenza e volontà di contatto che c’è nel libro) e l’inattesa impennata lirica del finale (bevendo la luce del mattino) che è – forse ironicamente, o per pudore? – affidata ai manichini anziché ai personaggi in carne e ossa delle altre poesie. O anche, per ordine marcato dei costituenti sintattici e quindi per l’ordo sereniano, il verso le razze è stato un brivido toccarle appena (senza contare che “razza” appare in Un posto di vacanza). E il finale della poesia a p. 29, per l’esattezza concettuale dell’immagine – mentre trovo un po’ canzonettistico il finale della poesia a p. 28 (c’è freddo anche dentro l’amore).

Vorrei concludere con la poesia che a mio avviso è probabilmente la migliore – o la più importante, e per me qualità e sostanza spesso coincidono – del libro, per rivendicare anche la direzione che sempre secondo me andrebbe intrapresa con più vigore nelle opere future. Mi riferisco alla poesia a p. 18. Qui, senza tradire la matrice di contingenzialità effimera e la debole testimonialità dell’io (di cui è spia, fra l’altro, quell’immagino che a camminare fossero in tanti, modalità epistemica tipica dei testimoni insicuri o trasognati), si apre una semi-allegoria, quella dell’onda di protesta che forse scava in profondità. C’è un fantasma, ma presente, di collettività e riscatto; qui non sembra speso invano il nome di Fortini. Infine, fra parentesi, aggiungo che quel bel verso passano le macchine, anch’io di tanto in tanto sembra riprendere l’Apollinaire del Ponte Mirabeau nella traduzione di Sereni: i giorni vanno io non ancora.

Davide Castiglione, 3 aprile 2016

Caro Davide,

ti ringrazio per la tua lettura e accurata scheda. Mi conforta sapere che il libro sia arrivato in mano a una persona così sensibile, e anche se non c’è affinità – come giustamente dichiari fin dal principio – ciò non toglie che si possa ragionare intorno a diverse idee di poesia. Sul tuo gusto quindi non posso discutere, sì invece sugli aspetti che tendi a focalizzare o a mettere ai margini.

Se non sbaglio, il tuo giudizio nasce da questa polarità: da una parte apprezzamento per lo stile apparentemente autobiografico ma non egocentrico; dall’altra insofferenza per la bassa espressività e per il sotteso antiromanticismo. Inoltre, tra gli aspetti negativi, parli di una “poesia anti-simbolica” e “anti-introspettiva”, con un io debole e refrattario. Se il riassunto è corretto, provo a dialogare su questi punti. Parto dall’apprezzamento, per poi dare più spazio alle critiche.

Io cerco di fissare sulla carta alcuni stati d’animo sfuggenti che attraverso la poesia diventano trasparenti, meglio percepibili. La sfida è dare concretezza agli stati d’animo, in modo che si irradino attraverso una situazione. L’andamento narrativo è necessario, perché il trasformarsi di una situazione mette in combustione uno stato emotivo e una comprensione del mondo. Cerco di evitare il cronachismo: raccontare un fatto non mi appassiona, ma se attraverso la sua angolatura riesco a cogliere una certa luce, o dare voce ad alcune sensazioni, perché rinunciare?

Il soggetto di questi testi non è un io che si impone con scelte nette: è al centro di una rete di eventi e situazioni più che il loro motore. Però da quel centro cerca di mettere ordine, di introdurre una forza che nasce dalla sua immaginazione e dai suoi sogni. Non è un io spavaldo, semmai qualche volta irritato. C’entra un po’ di tutto, con i lati luminosi e umorali. Considero invece superficiale affermare che ci sia un rifiuto della comunicazione: nella poesia su Costanza d’Altavilla vengono offerte delle scuse. Non ci sono fughe, semmai attrazione per le vite che sono passate, per le storie che sono accadute in questo spazio che anche noi attraversiamo per poco; in esse il centro non è l’io, ma gli altri, che hanno speso le energie in una vita che ci ignora e dalla quale siamo tagliati fuori, ma che da lontano possiamo ammirare e provare a ricostruire.

Sulla lingua avrei molte cose da dire, ma mi limito a citare alcune metafore a me care, come la “farfalla della perspicacia”, il “brillio di una postuma adolescenza” o “l’irrinunciabile occhiale della chiarezza”. Sono momenti-chiave dove la lingua non si impenna ma trova la sua vocazione attraverso l’inventività. Invece in molte poesie la lingua è piana, ma fluisce mescolando richiami interni e scendendo verso il finale, che è come il bersaglio verso il quale sfreccia ogni parola, anche se prima di arrivarci né io né il lettore lo potevamo prevedere.

Mi pare di aver dato una mia versione dei fatti, rispondendo con simmetria variabile a molte tue questioni. Il tuo approccio critico – ineccepibile, e non lo dico per piaggeria – ci ha condotto a leggere il libro da alcune angolazioni come l’io, la piattezza o lo scarto dello stile, il lirismo o il cronachismo; chissà che altre non ne vengano fuori, e nel caso sarei di nuovo felice di tornare a conversare.

Damiano Sinfonico, 25 aprile

Caro Damiano,

è sempre istruttivo e avventuroso entrare nel laboratorio di scrittura di un autore consapevole – e questa tua bella e articolata risposta, oltre a dimostrarlo, consente anche a me di misurare le sovrapposizioni e gli scarti tra ricezione e congettura (dal mio lato) e produzione e intenzione (dal tuo lato).

Mi interessa, tra gli altri punti che tocchi, l’importanza direi sia etica sia funzionale della narratività – questo è un tema che vorrei affrontare in un saggio, mettendo a fuoco diverse ma convergenti strategie narrative negli autori delle ultime generazioni e non solo. In effetti, le tue storie non possono certo essere ridotte a cronache (e mi scuso se certe mie formulazioni l’hanno lasciato intendere), ma al tempo stesso non si ergono a parabole (da cui il tuo comprensibile rifiuto nel mettere in scena un io “esemplare”). Restano anche sopra e oltre l’aneddoto, in una via di mezzo che fa forse leva su un sommerso emotivo che sta al lettore dedurre, partendo dal contesto tratteggiato dall’emerso del testo – come in certa narrativa americana cui accenni, del resto. Forse il tipo di fruizione che auspico per me stesso è più concettuale, e quindi attratto dalla possibilità di allegorie, come appunto mi è sembrato di intravedere nella poesia di p. 18 cui facevo prima riferimento. Ma non c’è dubbio che l’operazione che persegui si attaglia benissimo all’intenzione e alla poetica (e, prima ancora, al sentire) che ti sono propri, e che sono contento di aver còlto nelle sue linee generali.

Il tuo “non è un io che si impone con scelte nette: è al centro di una rete di eventi e situazioni più che il loro motore”: non potevi esprimere meglio quello che io mi sono limitato a catalogare come io debole o passivo. Credo che qui conti l’orizzonte, l’aspettativa con cui ci si accosta a un’opera; quando penso a un “io” forte nel testo lo intendo a livello più che altro di voce e tonalità percepita – del resto, nemmeno sono attratto dall’io-personaggio attivo e tratti violento di certa poesia confessionale. O forse è perché prediligo un io che in qualche misura è moralista o giudicante (preferisco Leopardi a Pascoli, Fortini a Penna, Auden a Heaney per dire; e di gran lunga il Sereni dialettico degli Strumenti a quello un po’ pastello di Frontiera), cioè che faccia pesare maggiormente il proprio esserci e dire.

Devo inoltre darti ragione sull’imprecisione (o approssimazione) della mia caratterizzazione stilistica della tua opera – normalmente mi dilungo più sullo stile che sulla poetica di un autore, ma in questo caso l’urgenza del dire apparteneva al secondo fronte. Quelle metafore che citi problematizzano certo l’ascrizione di un grado zero della scrittura, fermo restando il fatto che tu persegui una chiarezza comunicativa, una trasparenza del mezzo che si pone agli antipodi dell’opacità di sovrastruttura di certi sperimentalismi – per inciso, io mi sento a metà strada, distante da entrambi i poli (in lotta con entrambi?), e anche su questo vorrei fare, in futuro, qualche riflessione.

Di una cosa sono certo: è proprio confrontandosi con autori dal percorso diverso dal proprio, e al tempo stesso persone aperte e intelligenti, che si perviene a una migliore conoscenza o consapevolezza di sé proprio tramite lo sforzo di comprenderli. Il tuo mi sembra proprio uno di questi casi! Grazie per il bel dialogo.

Davide, 30 maggio

Caro Davide,

è interessante lo spettro lessicale in cui ci muoviamo: cronache, parabole, aneddoti, storie. Ho scelto come titolo l’ultima parola perché è meno definitoria rispetto alle altre e nello stesso tempo contiene un’idea aperta di sviluppo narrativo. E tengo a questa forma poetica perché mantiene un legame con la realtà, non può essere uno scivoloso innamoramento di parole. Più che aleggiare in un empireo, vorrei che le poesie trovassero il buco attraverso cui entrare nelle nostre giornate. Altrimenti, chiuso un libro di poesia, ne possiamo fare a meno.

Il rischio, per ogni persona che si mette a comporre versi, è quello di aprire la cassetta degli attrezzi e muoversi nel noto. Non esistono istruzioni per l’uso, ma a me piace, per esempio, chi scrive per raccontare una bella o brutta giornata, mettendoci un qualcosa per cui questa giornata possa essere letta ancora dopo cent’anni con la stessa brillantezza. Quel qualcosa cambia tutto, come quel non so che che usavano i romantici.

Vorrei salutarti condividendo una poesia di Ermanno Krumm, che mette insieme eleganza, precisione e slancio:

Alla mia destra

A letto ti voglio sempre dallo stesso lato
non perché sia quello che preferisco
del corpo o del volto ma perché
come i rami di un vegetale
pendo verso la luce da quella parte
e a vederti mi sporgo
con gli occhi della giovinezza.

Damiano, 9 giugno

Caro Damiano,

ti ringrazio per aver ripreso il filo (il nodo?) della narratività, che è fra quelli che più mi interessano. Quello che dici conferma in un certo senso l’eticità della scelta narrativa, che mette un argine agli svolazzi egotico-retorici dell’io che altrimenti (specie in Italia, forse) è sempre a un passo dal pontificare.

Ti ringrazio anche per la bella poesia di Krumm, che non conoscevo e che con molta grazia coniuga inventività analogica e dolcezza amorosa. È senz’altro una poesia che dimostra (e io qui sono d’accordo con te) che un libro di poesia non debba essere una cassetta degli attrezzi, o meglio, almeno per me: anche laddove gli attrezzi siano visibili o perfino vistosi, essi dovrebbero essere diretti verso una esperienza condivisa o condivisibile in potenza, meglio se ancorata a un mondo più o meno riconoscibile e nostro. Eppure, oggi leggiamo con più freschezza un Wallace Stevens rispetto a un Ezra Pound, benché il mondo poetico del secondo stia tra gli uomini e i loro rapporti economici e sociali, mentre quello del primo in una sorta di eremo rarefatto ed enigmatico… ciò che conta allora, forse, è la tensione verso una qualche trascendenza (l’eredità romantica che citi nell’ultima risposta, e che certo apparteneva anche a Stevens), calata o meno nel quotidiano.

La provocazione con la quale vorrei chiudere, allora, è questa: sarà possibile per noi autori rendere condivisibile una qualche forma di sublime (senza scadere nel ridicolo del neo-orfismo), senza al tempo stesso feticizzare l’esperienzialità del quotidiano, il culto dell’immanenza che rischia (come in molta letteratura americana) di darsi come unica pietra di paragone della realtà? È insomma possibile rendere sensuale o amichevole un concetto astratto, o una teoria fisica? Chi scrive oggi, ai lettori futuri dovrebbe richiedere rispecchiamento o esigere un conflittuale avvicinamento?

Davide, 14 giugno

 

Andrea Labate, “La resa del margine” (L’arcolaio 2015)

(Il testo che riporto qui sotto è la prefazione al libro d’esordio di Andrea Labate, coetaneo degno di nota. Segnalo anche la bella recensione di Roberto R. Corsi su Perigeion).

Ci sono autori in cui il talento – per quanto non sempre affrancato dai modelli di cui si è nutrito – non può fare a meno di offrirsi alla lettura con naturalezza, quasi con grazia. Andrea Labate mi sembra essere tra questi. Me ne resi conto, e glielo scrissi, valutando un paio di anni fa per un concorso un mannello di suoi testi, e in seguito in una nota privata dove ne approfondivo tre che sarebbero confluiti in questa opera prima e già matura, La resa del margine.

Qual è il margine che si arrende o che viene reso, consegnato? È una zona periferica e simbolica dove avviene di continuo la transazione io-mondo, declinata talora come disponibilità all’altro (“c’è un vento leggero che ci avvicina”, Giù) talaltra come ferita e sconfitta. C’è certamente una faglia, una lacerazione dalle molte incarnazioni testuali – è lì che si situa il margine. Leggiamo infatti, fra altri esempi possibili, di un “muro di stagnola che separa i passi soffocati dalle metropolitane” (Vorrei fare un tentativo ma ho trovato un posto di lavoro), di un “confine” in Parallelismi e di “ferri a bisettrice nella pancia” in Preparazione: il margine si sta colmando; fino allo “sbrego” dell’ultima poesia (Sdì è un nome che non riesco a immaginare) che va “premuto con le dita, fino a saturazione”.

Scrivere, del resto, è tessere (testo = textus, tessuto), cucire, curare: non è forse un caso che il testo d’apertura alluda a una malattia e a un malessere difficili da articolare:

 

La terra è sparsa sulle diagonali
racimola un contagio familiare.
L’aquila in cielo non spaventa le nuvole.

Fuori è un impatto d’afa, chiodano
il bronzo scaduto agli edifici fatiscenti
nel pomeriggio stanco che svapora.

Se ne va, l’alone tarantola le garze
il letto è scomodo, la morfina
fa il suo giro.

 

A conferma della riuscita del testo, è utile soffermarsi sull’ambivalenza di “contagio familiare” (contagio usuale, o relativo a un membro della famiglia?), sui correlativi oggettivi di un probabile malato (“edifici fatiscenti”, “pomeriggio stanco che svapora”), sull’anonimità del referente (chi è che “se ne va”?) o sulla violenza agentiva dell’alone che “tarantola le garze”, con scelta di verbo dinamico, espressionista. O ancora sul ritmo petroso e preciso dei versi, sul contrasto tra la solidità della struttura e l’opacità inquietante della scena allusa.

Tale procedere netto, dichiarativo, cui si accompagna un gusto per lo straniamento dell’immagine, è una costante del libro. L’istanza deformante, di matrice surrealista, è fortissima in questi versi, tratti da Una parete bianca:

 

Il cielo scalcinato smorza i miei disordini
mi mormora che la notte ghigliottina un’ombra spastica
tra il gozzo e lo stomaco
a brancolare fra noi due.

Qualcuno potrebbe forse tacciare questo passo (e altri nel libro) di barocchismo, di ricerca esasperata dell’effetto; pochi potrebbero però negarne l’energia disorientante. Nume tutelare è qui il García Lorca di Poeta a New York, “assassinato dal cielo / fra le forme che vanno verso la serpe” o nella sua “allegria di ruote dentate e di fruste” (da Tutte le poesie, Garzanti, trad. di Carlo Bo). Al tempo stesso, Labate qua e là inietta dosi di registro informale e intimo (“a farsi fottere l’educazione”, “per oggi è okay”, “addio ma’”, “Mi scusi, mi scusi”), a controbilanciare la letterarietà, lo scarto del dettato in alto.

La resa del margine è perciò un’opera in cui convergono, fecondamente, spinte opposte: titoli frasali che scherzosamente minano la serietà gnomica del dettato; sprezzature ciniche (“firma, hai le ferie pagate”) che trovano posto accanto a momenti di indifesa apertura confessionale, come nei versi qui sotto:

 

Qualcuno ama seguire le costellazioni
io quel pomeriggio ebbi paura
a non vedere intorno nessuna casa per chilometri.

Mi sembra utile avvicinarsi a La resa del margine come a un diario trasfigurato da una irriducibilità soggettiva e tenuto insieme dallo sforzo di uno sguardo oggettivo; una fusione di autobiografia e mediazione letteraria, un romanzo di formazione dal percorso accidentato in cui l’ottusità (del mondo, della realtà offesa dal “ristagno dell’industria”) viene assunta su di sé e al tempo stesso combattuta. Così la difficoltà della visione accennata in merito al primo testo si fa paradigma di una temperie generazionale ben nota: quella della precarietà (lavorativa, esistenziale) che pesa soprattutto sugli autori della generazione di Labate (e mia). Infatti, se leggiamo “un potere distruttivo ci fa chinare il volto” (Lei è stata più o meno un osso seppellito), restiamo impotenti di fronte all’impossibilità di caratterizzare tale potere distruttivo in alcun modo, dovendoci limitare a registrarne gli effetti (perversi) su di noi; non diversamente accade in quel “qualcosa non funziona” (Impressioni), dove il pronome indefinito non ha alcuna specificazione; e si potrebbe continuare.

Contro lo sfruttamento furbo e sottile della metropoli, non deve allora stupire la fiducia affidata agli elementi ancestrali, a un “anniversario della terra” (Frastuoni), alle pietre che “hanno karma” (Linee guida), al bellissimo finale – risonante di saggezza orientale – della poesia Ed essi si armonizzeranno se lasciati soli e non forzati nelle conformità. Oppure – poiché molte sono le vie della difesa –  fidandosi del vitalismo inarticolato e potente di quella “forza oscura / che ti fa fare certe cose” (Tre movimenti e solitudini) scagliato contro le forze impersonali che la vita offendono. Istinto di vita che scatena la piena di versi di cui si è dato conto qui, e che – ci auguriamo – Labate continuerà ad assecondare, per sé e per i suoi lettori, in futuro.

Cristina Annino, “Andante pesante con abbandono” (da Gemello carnivoro, 2002)

(Questa analisi è apparsa sull’ebook Poem Shot vol. 1. Alcuni anni dopo, su In realtà, la poesia ho pubblicato un saggio sull’ultimo libro dell’autrice, Anatomie in fuga, che riproporrò su questo blog tra qualche mese. Intanto, buona lettura). 

Quella di Cristina Annino (www.anninocristina.it) è poesia che resterà. Vuoi vedere che la volontà dell’autrice di svincolarsi da quella che lei definisce l’idea-tempo non
solo è segno di qualità poetica, ma anche, appunto, il segreto del suo restare?
Stimata da grandi nomi del novecento (Fortini, Giudici, Pagliarani, Raboni…), la poesia di Annino è oggetto di un virtuoso passaparola su internet, possibile soprattutto
grazie agli sforzi di Stefano Guglielmin e Francesco Marotta, tra gli altri. Estranea da sempre alle correnti dominanti come alle mode più effimere del contro-corrente, obbedisce fino allo stremo a logiche sue, con quella libertà spregiudicata che può dettare il confine tra buona poesia e grande poesia. Se della buona poesia ci si compiace perché funziona o tiene, la grande poesia marchia, spezza il fiato, può creare un terremoto percettivo. Quando a questo si aggiunge una significanza collettiva benché sfuggente, allora è il capolavoro. Con insolita audacia userei questa parola per Andante pesante con abbandono, tratta da Gemello Carnivoro (2002).

Andante pesante con abbandono

(Per Daniela Marcheschi)

Il piatto
filippino preferito è la scimmia. La portano in
ginocchio, il viso sulla tovaglia poi
il cervello lo segano vivo. Ci facciamo
un’idea del mondo mangiando, del modo
di fare ordine della vita, radio, giornale, d’un
patito giallista. Io
mai m’abituo; ma l’auto
sul viadotto s’allontana simile al viso ben diviso
della barista, nel mattino: triste, ben
triste, in due. Come si va
semisoli insieme giù per la strada.

Danì
capisce il chiodo nel cervello; lo batte un solo
uomo, certo, e l’inferno detto la via. Lei ha
un diverso rapporto con la carne; ma stan
piegando la sua natura, così dentro il letto. La
stan mettendo sotto spirito: i piedi sul lato
del vetro e testa al contrario. Una foce. Leggi
fato. Anche il Nilo
si guarda da ragazzi e per primo ci prende in giro.
O quando
uno di noi s’alzò nel sonno dicendo “lo zio ama i negri!”.

Per legge
di gravità il tempo è passato. Siamo ormai
diventati, con moto
che allontana dal posto, e dei negri ci importa
poco. Ora c’è
un comportarsi da zie e tutto il resto. C’è non essere
più capaci del colmo. NOI
digeriamo QUEL piatto. Insomma ormai del sonno
ci appartiene l’insonnia.
Di lei. Che si strappa
di dosso l’io semifuso dal corto circuito d’uno
sbalzo di pressione nel sangue.

Sviene
indietro come l’acqua del Nilo va su. Colpito
in un lampo in viso il centro della memoria. Dati.
Mentre
dal toporagno arboricolo a noi, il tempo evolutivo
è settantacinque milioni d’anni. Dice la radio.

 

Le quattro strofe libere, marcatamente polimetriche ma di simile lunghezza complessiva, dànno una traccia di ordine – meglio: di principio regolativo – a un dettato dalle fortissime spinte centrifughe. L’ordine (il filo argomentativo che percorre la poesia e che mostrerò) si mescola al disordine (il surrealismo delle immagini, l’idiosincrasia ritmica) come suo completamento necessario, in una dialettica che Fortini avrebbe approvato (si ricordi la prosa L’ordine e il disordine in Questo muro). C’è una grande tradizione dietro, l’impressione di essere di fronte a una poesia importante: una poesia in cui all’assertività proposizionale (= memorabilità) dei versi si aggiunge una lacerazione emotiva marcata dalle frequenti spezzature estreme, aguzze, a fine verso. Lo sperimentale e il lirico collidono, addirittura collimano. In quanto segue proverò a dare una mia lettura: più che un’interpretazione (atto che sembra mirare alla impossibile e sbagliata riduzione del campo di forze di questa poesia a un enunciato unico), un percorso appassionatamente soggiogato al testo. A chiederlo è la stessa necessaria materialità, eccentricità della lingua poetica anniniana.
Il titolo è uno scrambling (manipolazione) di un tempo musicale, dove anziché da “vivace” o “allegro”, andante è seguito da pesante. La pesantezza si fa più acuta in abbandono, parola pesante sia ritmicamente (le sue quattro sillabe) sia
semanticamente (la doppia accezione di “abbandono”: lasciarsi andare, o essere lasciati). Questa manipolazione segnala un gioco di parole umoristico e però serio, tanto
più alla luce della drammaticità delle immagini presenti nella poesia. Un indizio successivo è la dedica alla nota studiosa Daniela Marcheschi, amica dell’autrice come segnalato dal diminutivo d’affetto nel primo verso della seconda strofa (Danì). La poesia sembra quindi configurarsi come una lunga allocuzione dell’io poetico a un destinatario unico e specifico; questo permette una presenza più verosimile dei numerosi riferimenti privati, apparentemente chiusi all’esterno. Perché il piatto filippino? perché la scimmia?
È però chiaro che lo spunto apparentemente privato diventa occasione di discorso pubblico: da qui il riferimento a una terza persona plurale inquietante perché non specificata (“La portano in / ginocchio”). Da qui, anche, l’ambiguità del noi che può essere duale (l’io poetico e l’interlocutrice) o collettivo (“noi” come “tutti noi”) e la cui importanza è segnalata graficamente dallo stampatello in seguito, e forse per inclusione anagrammatica in Nilo. Anche il tema non dichiarato è pubblico: una sorta di matrice che condensa i temi della carne, della natura, del cibo e dell’evoluzione. È possibile che il famoso detto di Feuerbach, “l’uomo è ciò che mangia” (cfr. “ci facciamo / un’idea del mondo mangiando”), abbia avuto un suo ruolo generativo nella costituzione della poesia.
Una matrice filo-marxista sembra sussistere in questi temi e legarli: il materialismo crudo delle immagini (“il cervello lo segano vivo”), un riferimento a chi è subordinato (filippino, negri), quello ripetuto agli organi di comunicazione (radio, giornale) e l’enfasi, già notata, sul noi e quella sul cambiamento, o piuttosto la sua negazione (il tempo
evolutivo, “il tempo è passato”).

Qualcosa rimane, dunque, del clima sessantottino così esplicito nella raccolta Non me lo dire, non posso crederci (1969). Ma è poco, è quasi irriconoscibile: tutta la poesia si
dedica a decostruire questa fiducia nelle grandi narrazioni, con precisa spietatezza, ma senza esaltazione, senza la fiducia nel pensiero debole del postmoderno. Questo Andante pesante con abbandono sembrerebbe il canovaccio di un grande affresco antropologico, dove l’orrore è tanto da rifiutare il realismo della rappresentazione diretta. È la posizione tardo-modernista, dove la crudeltà disadorna del dato di fatto (“dal
toporagno arboricolo a noi / il tempo evolutivo / è settantacinque milioni d’anni”) tradisce un’amarezza in filigrana (“Ora c’è / un comportarsi da zie e tutto il resto”), conserva una fortissima traccia etica. Quello che denuncia la poesia è il “non essere / più capaci del colmo”, il digerire QUEL piatto: il piatto dell’orrore servito quotidianamente, ma anche – forse – la piattezza di prospettive, il nonsenso di quello che accade.
Il cervello della scimmia (dunque esteriorizzato nella prima strofa) sembra diventare il proprio (“Danì / capisce il chiodo nel cervello”: dove chiodo sta sia per “chiodo fisso”,
cioè “fissazione”, sia per declinazione della violenza del coltello alluso per via metonimica – segano nella prima strofa, in una tematizzazione della scissione ben osservata da Pietro Roversi qui). Poco importa, a questo punto, che nel gioco autogenerativo delle immagini, il Nilo sia originato dalla parola letto (= letto del fiume) e da foce, la quale a sua volta è suggerita dalla somiglianza tra la forma dell’estuario e quella del collo umano che si allarga in corrispondenza delle spalle – una immaginazione fortemente visivo-metaforica. Più conta forse che l’essere messi “sotto spirito” (nella metà della seconda strofa) è un calembour atroce, e riassuntivo forse dell’intera poesia: significa che siamo stati congelati in provetta, non ci siamo evoluti (c’è un che di sarcastico nella sproporzione tra toporagno arboricolo e un lasso di tempo di settantacinque milioni di anni); e anche significa che siamo stati soggiogati dallo spirito (“sottospirito”), ovvero dalle sovrastrutture – non solo cattoliche e cristiane: il comunismo stesso pare essere messo sotto accusa, o forse il suo legame con la dialettica hegeliana – che sembrano averci illuso, frustrando la carne, la necessità biologica. Con diverso esito, un nucleo di contenuto che abbiamo identificato simile in Vandalismi ed
elegia di Attolico. Così, amaramente (non) si conclude lo spirito dei tempi
(è il caso di dirlo), che sembra tenere più che mai per la situazione attuale e che è meglio reso (rispettato) da un surrealismo lucido (!), impastato di ferocia e libertà, come
quello di Annino, che da troppo espliciti richiami narrativi, da appiattimenti sulla mimesi e sul realismo, o da formulazioni inutilmente programmatiche.

Antonio Scaturro – nota a tre poesie

(Questa nota è già apparsa sull’ebook Laboratorio in differita, su In realtà, la poesia. Nel riproporla ho apportato qualche piccola modifica. I testi sono riportati prima di ogni analisi singola che li riguarda)

Caro Antonio, la tua scrittura mi sembra decisamente consapevole, al di sopra della media che si legge in giro e a tratti – almeno per me – avvincente e densa di contenuto, proprio come le cose che vorrei leggere più spesso. Considerando che spesso sono insoddisfatto di quanto si scrive e ancor più di quanto si pubblica, questo è senz’altro un buon segno.

E adesso veniamo alle poesie più da vicino. La prima e la terza, pur se di buona fattura, mi convincono meno della seconda. Le riporto qui sotto e discuto subito dopo:

 

*

il nome consiste in
questo sparire delle cose, nell’andarsene
muti fra i fischi.

dalla radice sottrae ancora
il peso, di questo corpo che
concede il taglio, che trabocca
e fa naufragio.

poi non rimane che acqua a
destinarci alla terra, e non ci sono mai,
– ma neanche per errore -,
altre mani a farci scudo.

– ora mischia i materiali
in modo che non siano più –

nel riparo ultimo conca d’aria
sfasa il fiato, annuncia un sorpasso. franiamo
fra tutte le ispirazioni, ma senza respiro
a reggere il gioco. (le mani di cui prima
reggono l’acqua, fanno un’ampolla
come per miracolo).

esposti finalmente
al fuoco aperto di ogni cosa.

 

*

riparte dal fondo, cede e
retrocede l’acqua.
falsa la vista sino
all’ultimo gesto,
sino alle mani che
si fanno croce.

totalizzo una scossa
ogni trenta battiti del muscolo
(ogni battito trattiene il secondo)
risultano due scosse al minuto
di media, di lato, ma così forte che:
il risveglio.

la morte – mi garantisco –
è la variante definitiva
del sonno, in un senso
la morte è solidificazione, un concentrato di sonno
che inciampa all’arrivo, non ri(esce): fa filtro.
un sonno-succo dunque, d’arancia – nella fattispecie –.

a tratti invece mi capita
la morte in piena, frontale ma di colpo,
come all’improvviso, una morte dove
le mani non fanno scudo, depongono
l’attimo: la morte come Dio comanda.

 

In queste due poesie  sento un’influenza abbastanza marcata (e un’ansia da influenza) di altre voci poetiche, ben distinte e dunque identificabili. La prima (Il nome consiste in…) mi riporta a Milo De Angelis, o meglio alla sua rappresentazione più canonica e debole che circola ad esempio in rete ma non solo, e quindi allo stuolo di suoi epigoni (tutto quell’orfismo di ritorno, quell’heideggerismo fané di cui ha scritto Marco Giovenale in un suo intervento). Rappresentazione di cui lo stesso De Angelis è artefice, con le sue due ultime raccolte (Tema dell’addio e Quell’andarsene nel buio dei cortili) decisamente auto-epigoniche. Questa influenza è visibile in modo scoperto nell’incipit : il nome visto come entità assoluta e quasi trascendente, e le cose che danno un tono facilmente filosofico (“le cose” in poesia sono una malattia stilistica del nostro tempo: ne ho scritto un saggio su In realtà, la poesia); anche nell’andarsene / muti fra i fischi rieccheggia da vicino De Angelis (quell’andarsene al buio dei cortili e ognuno è solo il suo andarsene, ad esempio). Stessa cosa è vera dell’accenno alla radice (ancora termine molto carico e caratterizzato, e nuovamente assolutizzato dall’articolo determinativo), corpo, e altri termini a rischio di poetese come naufragio. Dopo aver corteggiato, in questa sequela, una certa koiné, sembri liberartene, e la poesia ne guadagna: ad esempio con l’inserto incidentale-riflessivo, mimetico del parlato ma neanche per errore e l’idea delle mani che fanno da scudo (vero che Sereni parlò di mani a difesa di te che gli fanno sera sul viso: ma la maggiore specificità dell’immagine la mette più al riparo dal manierismo). Certo, si sta ancora in bilico tra spinte oggettive (nel senso dei nuovi oggettivismi di cui si sente dire in giro: eliminazione della connotazione soggettiva e così via) e spinte neo-liriche, come nel noi comunitario ereditato probabilmente da De Angelis. Io preferisco i momenti in cui ti sottrai maggiormente a entrambe le spinte, e quindi quando sfiori il didattico senza insistervi (come nel sintagma di cui prima) o indulgi in un’auto-esortazione (io almeno la leggo così), come in ora mischia i materiali / in modo che non siano più, forse perché li sento più autentici (detto col beneficio del dubbio). Il limite di questo testo, secondo me, è che vuole troppo scopertamente “restare” e così tesaurizza tutto quello che può. Conosco questo rischio, perché io per primo non ne sono immune. Forse una maggiore distensione, e soprattutto un maggiore mescolamento dei materiali (per parafrasarti) potrebbero giovare alla scrittura: trovando la quadra, insomma, tra oggettivismo, soggettività e magari racconto. Detto questo, il livello scrittorio (ritmico, fonico, lessicale) è davvero alto.

Vengo ora alla terza, riportata sopra. Qui si vede che l’opzione prevalente ha un altro nume: Marco Giovenale (e ci metterei anche Manuel Micaletto). Anzitutto, il tema dell’acqua (come quello della morte, dei movimenti fisici, e del sonno) ricorre in Micaletto come un’ossessione, e certi tratti stilistici che trovo in comune (anche se in te ammorbiditi) mi fanno pensare a un’influenza scoperta. Questo è evidente nello stile preposizionale, averbale, franto, del verso più stilisticamente carico: di media, di lato, ma così forte che: il risveglio. Certo, rispetto a Micaletto (e anche all’ultimo Giovenale) tu ti attesti su posizioni leggermente meno eversive, che alla lunga generano più anticorpi contro la creazione di una maniera; e tuttavia ti metto in guardia lo stesso. Per questo, pur apprezzando la scrittura, e anche il tono gnomico della terza strofa, mi sembra che solo nella quarta ti liberi, combinando una visione personale e finalmente “vissuta sulla pelle” e tratti del parlato (l’espressione formulaica come Dio comanda). Insomma, e nuovamente: ci sono in queste poesie grandi variazioni e possibilità di toni (e quindi di posture dell’io scrivente); ma non so se siano tutte valide allo stesso modo. Il tono didascalico, quello neo-orfico, l’oggettivista, il cinico (la chiusura della poesia): devi capire tu quando usarli funzionalmente e quando invece rischiano di essere esterni, mentre io sono convinto (e nessun teorico della morte della soggettività potrà convincermi del contrario) che sia necessario ascoltarsi e capire fino in fondo la propria attitudine, e far suonare quella come un basso continuo; le variazioni e la ricerca verranno poi da sé, con la curiosità e la consapevolezza che ci si costruisce pian piano. La tua generazione ad esempio, rispetto alla mia (scusa per il tono, che non vorrebbe essere paternalista) ha la possibilità di formarsi, tramite internet, su molte più scritture (io mi sono invece immerso per anni in Montale, Sereni e poi De Angelis: mediare il tutto era più fattibile) e quindi si richiede molta più selettività, e anche un certo grado di scetticismo iniziale; perché anche la scrittura di ricerca non è per forza valida in blocco (già l’espressione “di ricerca” suona auto-assolutoria), solo che nessuno sembra avere la voglia o gli strumenti per dimostrarlo.

La mia preferita, comunque, è Notte under 21:

Notte under 21

pressati nel giorno, contro l’angolo del giorno
una voce chiama, in rincorsa sul fiato,
poco alla volta, preme sul collo.

delle sirene ricordiamo solo le nostre tempie
e poco altro, come dei lenzuoli i nodi che intrecciamo
incaricati dal buio, dalla notte al fosforo.

questa notte ho incastrato il mio occhio
destro: si credeva un martello
pneumatico contro il cranio.

è vero, che la notte tiene a mente gli oggetti
incastonati come sono nella camera, e così facendo, fornisce la giusta segnaletica,
ci consente lei questa camminata sicura nelle 4:12.

con queste pupille al palmo sono una forza
un eroe mai visto. ci hanno spezzato le ali ,è vero, ma nessuna paura:
perché del letto io mi occupo, gestisco le palpebre e le gambe.

i led hanno una missione base: salutare. poi
con un po’ di esercizio accadono
anche i mostri sul tetto, al livello 10 si avvera la cecità.

ora ho una vista al pixel, al cm quadrato,
– spento uno schermo se ne accende un altro –
di nuovo i superpoteri.

mamma mi sento il cuore esplodere come se
fosse successo qualcosa, invece
solo il letto come di consueto.

“l’inverno è neve, l’estate è sole”
ma qui ci appare il bianco senza deviazioni,
ci vuole dire qualcosa questo mostro mai visto.

ormai detengo due cuscini a testa,
mentre le pupille, come sempre,
solo il monopolio della disperazione.

sono sicuro che le ciglia sul cuscino
organizzino altri occhi, per spiarci il sonno:
la preview della morte, in quell’anticipo del sangue.

 

C’è anche qui una vena visionaria e filosofica in cui mi riconosco o che comunque mi piace; ma c’è anche un cosa, una situazione, un essere davvero “in rebus”. C’è il controcanto della narrazione, che permette di abitare questa stanza anziché soltanto ammirarla. C’è un ricorrere a eventi pseudo-biografici minimi (questa notte ho incastrato il mio occhio / destro), la strafottenza per la lunghezza del verso (mi riferisco al verso che termina con segnaletica), l’auto-incensarsi che viola la massima pragmatica della modestia ed è solo velatamente ironico (sono una forza, un eroe mai visto). Più in generale, è poi una poesia che dice qualcosa su questo tempo o un tempo molto recente, storicamente individuabile (parli di livelli e la mente va ai videogiochi anni ’90). Ha una forza comunicativa nonostante (o proprio perché) il suo delirio sia contenutistico, mentre ci sono molti meno tentativi di compiacere e compiacersi stilisticamente. Certo, potrai dirmi che anche qui potrebbero esserci influenze di autori stranieri (probabilmente gli americani: magari Frank O’ Hara, Ashbery…), e però questa forma più aperta, più fluida, credo che ti consenta di esprimerti con maggiore libertà (libertà che è tale non solo nei confronti del mainstream, ovviamente, ma anche di certi circoli troppo caricati di teoria e paradossalmente prescrittivi). Qui conta meno che ti dica le parti che non mi convincono del tutto (anticipo del sangue, per esempio, o la prima terzina): questa è una poesia il cui autore implicito (il tu che ipotizzo alla lettura) ha meno ansia da prestazioni, più sufficienza nei confronti dei propri mezzi (e l’ambiguità di sufficienza è voluta).

 

 

Stefano Dal Bianco – Prove di libertà (Mondadori 2013)

(Recensione già apparsa su Nuovi Argomenti)

Un lasso di oltre un decennio intecorre tra questa nuova raccolta di Stefano Dal Bianco, Prove di libertà (2013) e il precedente Ritorno a Planaval (2001). Tempi che chiedono rispetto alla poesia, sulla scia dei lunghi silenzi che hanno abitato alcuni tra i nostri poeti maggiori (Montale, Sereni) e in netta controtendenza rispetto alla fretta quasi compulsiva – e ai miei occhi un po’ sospetta – dell’uscita in volume annuale o biennale di poeti più giovani, forse conseguenza indiretta dell’illusione di presenza data da internet e dalle nuove tecnologie.

Queste di Dal Bianco sono, letteralmente, delle prove di libertà: con tutto il carico di azzardo (libertà) e di incertezza (prove) assunta volontariamente che questa espressione comporta. Sono poesie che integrano narrazione e riflessione, che non temono l’autobiografismo aneddotico (15 aprile, Alchimia dei poveri), od omaggi tematici ai maestri, soprattutto Sereni e Zanzotto. Per esempio, «Chi parla in me con voce di contralto» in La conquista del futuro ricorda il dialogismo interiore di Sereni, mentre la tematizzazione del vuoto del poeta di Luino si ritrova nel «vuoto vissuto male» e nel «vuoto così intero» delle poesie in incipit al libro, per non dire della diretta citazione «musica d’angeli» e in altri punti del testo, come l’istanza metapoetica a p. 42; immagini e temi zanzottiani emergono soprattutto in Albori di io, pp. 29-30, e in Teoria della neve, p. 82.

Eppure, la sfida più grande per un poeta che è anche profondo conoscitore di Zanzotto (sua la curatela, insieme a G. M. Villalta, del Meridiano dedicato al poeta di Pieve di Soligo) è stata quella di cercare altrove, vale a dire dirigere la propria ricerca poetica su una strada tanto orizzontale quanto verticale è invece quella del maestro. Scelta, a livello di poetica, forte e debole al tempo stesso: forte perché coraggiosa nell’assunzione di una forma meno impattante ma probabilmente più adatta a esprimere la rinuncia e il ripiegamento di questi anni; debole perché, consapevolmente, si sceglie di de-monumentalizzare la letteratura, di non nasconderne la natura provvisoria di prova (parola che, tra l’altro, ha in sé anche la connotazione, più positiva, di presenza e indizio: «non sopporto / nessuna cosa che sia fuga» afferma Dal Bianco in Dislivello. Primo appello, p. 67).

Questa operazione e opzione di orizzontalità, concetto su cui il poeta si soffermò anni fa durante un illuminante, benché allora per me disturbante, incontro poetico al Collegio S. Caterina di Pavia, si realizza tramite l’adozione di un tono basso e un numero minore di modulazioni (ritmiche, ma soprattutto lessicali) che forse esprimono meglio la fase storica (e letteraria) di transizione o declino in cui ci troviamo ad agire: «resteremo una carezza congelata / in attesa di tempi migliori» (Per amore, p. 65).

La fiducia, messa a dura prova (Uno che non si fida, p. 37) sembra dunque possibile solo nella finzione, la suprema finzione di cui parlò Wallace Stevens: così l’esplicita invocazione alla poesia di Dal Bianco («Portami via, poesia […] Portami nell’unica suprema bugia», Portami via da qui, pp. 12-13) è tanto fuori tempo massimo da porsi come vera, stravolta alterità: sembra avverarsi qui un pronostico di Fortini, il quale alluse a una possibile futura riabilitazione dei modi lirici in paradossale funzione de-stabilizzante. Alla finzione esplicitamente invocata si oppone l’ingiunzione, appena venata di rassegnazione, «che nessuno mi chieda di mentire più» (A uno dei tanti che rimarranno fermi, p. 41).

La responsabilità della scrittura non deve più annullare quella degli affetti, come si intuisce in questi bellissimi versi, scolpiti eppure molto umani al tempo stesso: «In questa nostra zona franca ma non senza memoria / siamo ancora nel momento in cui scrivo / e mi allontano, sì, da noi, da casa nostra ma per poco» (Ho toccato la felicità stasera…). E un affetto paterno quasi straniante, appena increspato dalla distanza dell’attenzione (e della potenzialità espressa dalla costruzione ipotetica) si ritrova in Faccia probabile di Arturo (p. 20), che riporto per intero:

E se dovesse guardare per aria
in un giorno che il sonno
non gli permettesse di sorridere continuamente
e rendesse l’espressione seriosa o meditata,
come farebbe un padre io di sicuro
mi innamorerei.

Il tema filosofico della nominazione e dell’esistenza è un altro fulcro del libro: «che cosa sarò stato io / prima-di-essere-stato-chiamato?» (Albori di io, p. 29) o anche, con gioco di parole sul nome dell’autore, «prima che torni a essere dal bianco» (Come ti chiami, p. 31). Dalla fiducia, nonostante tutto, nella nominazione, è solo naturale che si ribadisca, a fine volume, a metà tra appunto didattico e appello comune, l’importanza etica dell’interrogare: «Interrogare è importante qualora si preveda l’eventualità di dare ascolto ai barlumi intravisti» (Essere umani, p. 105). Chiude così il volume una nota di speranza, la libertà affermativa del SI, dopo l’inizio basso del DO, in un gioco di note musicali che strutturano le sette sezioni di questo significativo libro.