Maddalena Lotter – Verticale (Lietocolle 2015): nota di lettura e risposta dell’autrice

(Questa nota, inclusa la risposta dell’autrice, è stata pubblicata di recente su La Balena Bianca. Ringrazio Lorenzo Cardilli per avermi concesso di riproporla qui. Nel frattempo, Maddalena è stata meritatamente inclusa nel prossimo Quaderno Marcos y Marcos di poesia italiana)

Cara Maddalena,

oggi mi sono ritagliato il tempo necessario per rileggermi con attenzione il tuo Verticale. Ti dirò, sono stato tentato di recensirlo, e l’avrei senz’altro fatto se tutto il libro fosse stato dello stesso tenore della prima sezione. D’ora in poi infatti recensirò solo i libri che reputo importanti o attorno cui mi preme fare un discorso da condividere con tutti. In caso contrario, trovo più proficuo (e aperto, dialogicamente parlando) adottare il modus della nota personale, che sarà resa pubblica solo se entrambe le parti lo vorranno.

Emergono bellezza interiore e integrità da queste poesie, e questa è una cosa abbastanza rara di questi tempi. Anche nelle meno riuscite c’è comunque un’aderenza, una necessità di dire che non vuole mettersi in mostra. C’è insomma l’autenticità di chi ha attraversato l’esperienza, anche solo una particella di esperienza, distillandola e rendendola accessibile in una sorta di compostezza classica. Credo che la grandezza si raggiunga solo quando quelle che chiamo autenticità e ambizione si fondono. Oggi leggo molte cose di una qualche ambizione, specie fra i coetanei, ma spesso mi sembrano pretenziose perché chi le scrive sembra aver fretta, cercare il riconoscimento, mostrare i muscoli nello stile o nell’impianto testuale. E invece in quello che scrivi vedo un’umiltà, sincerità e apertura che non dubiterei per un momento e che ti auguro di conservare. Lo dico con convinzione perché mi fido di come ho reagito – con emozione trattenuta, ma vera – ad alcuni versi e immagini. Poco importa se, per il momento, l’ambizione e l’ampiezza sono ridotte, o se (specie nella seconda parte della raccolta – più tardi procederò a una disamina) la tua autenticità non si è spinta oltre situazioni intimistiche, d’impianto duale, che paiono riproporre una sorta di lirismo femminile poco conflittuale, una diffusa sensazione di dejà vu con pochi sbocchi esplorativi e conoscitivi per il lettore.

Passiamo all’analisi vera e propria. Anzitutto, mi ha colpito che tutte le sezioni – a eccezione di quella eponima – siano formulate come domande, benché prive del segno d’interpunzione. C’è un’attitudine interrogante e auto-interrogante in molte poesie (e infatti «e io invece che li sento arrivare | tutti i quesiti del mondo», p. 54), e di rado queste offrono risposte dirette. Anzi una loro strategia è proprio quella di restare sottilmente enigmatiche, come delle allegorie potenziali al confine con la notazione distaccata. In sostanza, lasciano esse stesse un ulteriore punto di domanda al lettore.

La prima sezione. Il tema del radicamento, dell’origine, si coniuga a un territorialismo degli affetti e dell’esperienza, a qualcosa di circostanziato, che si tiene al riparo dai rischi di una poesia orfica a buon mercato. Il “noi” è chiaramente collettivo, o meglio comunitario. La notizia del primo testo (p. 17) non farebbe notizia altrove, ma è notizia perché cementa le persone, che hanno qualcosa di condiviso di cui parlare. Significativa l’epifora di anno, perché funzionale all’idea circolare di ripetizione, di un tempo agreste (la campagna e i boschi sono presenze importanti in tutto il libro, come dirò poi). Qui come praticamente sempre, lo stile è scabro e spoglio all’essenziale (Fiori, Neri?), senza ammiccamenti, accettando il rischio, se non proprio di anonimia, di indistinzione – c’è in questo una maturità notevole, un patto molto severo verso se stessi. La forma classica la leggo come strategia di raziocinio, nitore, spirito apollineo. Come un restraint che, se da un lato limita l’ampiezza del tuo poetare, dall’altro lo porta ad articolare in modo invidiabile un pensiero, o una fleeting sensation, un’epifania interiore o a rievocare aneddoti e storie in qualche modo costruttive o esemplari.

La poesia Fratelli illustra chiaramente il senso quasi animistico, universalista, di fusione con la natura, che ti muove: il riconoscere nell’albero la tua stessa malattia, seppure non ti trasforma in albero come Dafne, ti avvicina a questo estremo di fusione. La fusione c’è anche fra violenza e fiaba, come nel bellissimo perché stridente «le teste mozze di cervi incantati» (p. 20), dove il dato brutalmente materiale (teste mozze) si accompagna alla ricucitura, al salvataggio, dato che incantato può apparire il cervo ignaro un secondo prima di essere trafitto. Nella stessa poesia trovo molto efficace «quella cosa delle teste» perché combina stile orale e l’understatement di qualcosa che, proprio per la fretta con cui viene menzionato, si vorrebbe forse rimuovere. Cipressi (p. 22) è più debole, forse l’esortazione iniziale un po’ leziosa, ma i due versi finali («[…] i cipressi nel cimitero | devono stare: lunghi e neri | come tendini che legano i corpi al cielo») sono efficaci nella loro similitudine che rimanda a un dipinto surrealista, alla Dalì. Stesse riserve ho per Veglia (p. 23), perché lo spunto potenzialmente interessante (il che ancora una volta significa che sai “ascoltare”) non va oltre la trascrizione dell’episodio, nella speranza che questo possa significare in sé, alleggerire chi scrive dall’onere di apportarvi un proprio quid.

Mi convince molto invece il brevissimo testo a p. 24 (Strade), non ultimo per i suoi risvolti femministi: se, da un lato, alle esplorazioni della bambina viene imposto un limite fisico, dall’altro questo stesso limite incoraggia un potenziamento della sua facoltà immaginativa. Del testo Presenze (p. 25) ti ringrazio a titolo personale: il verso «era chiaro allora che niente è vuoto» (che decontestualizzato suona un po’ slogan ruffiano, ma invece nel testo funziona benissimo) è anche un mio manifesto contro questa vena cinico-nichilista,sottilmente indulgente verso se stessa, che vedo intorno (Mazzoni e Burratti, in forme un po’ diverse, e pur avendo scritto due splendidi libri). Quanto le metafore siano non ornamentali ma ficcanti lo si capisce dal testo di pagina 27 (Amici): le ossa sono giunchi non solo in omaggio alla potenzialità di trasformazione del corpo in albero in quella poesia precedente (quindi il topos corpo-pianta), ma le ossa dei bambini sono fragili, e quindi il giunco è adatto a esprimerne la somiglianza. Il «cattivo odore di galera» può essere una premonizione di morte: non a caso parli di ossa, non di membra, e in un’altra poesia ti riferisci a un «amico suicida» (p. 79).

Mi sono fermato a lungo su questa sezione perché appunto mi sembra la più promettente. Certo, nella sezione Chi ci sono alcune immagini memorabili («la pioggia come un padre che alza la voce» fra tutte), ma queste poesie di relazione a due (con madre o amante?), che diventano preponderanti nelle sezioni successive, dicono più scopertamente della tua psicologia che di qualcosa che in qualche modo la trascenda, come avviene invece nella prima sezione. Sono insomma percorse da quel ripiegamento intimo, dal quel lirismo femminile (uso l’aggettivo come una scorciatoia euristica, una semplificazione con un fondo di verità, pur sapendo di irritarti) che spesso ho letto altrove, e che – come del resto altre attitudini testuali troppo facilmente circoscrivibili – ha finito con lo stancarmi.

Tale postura, benché non renda epigonica la tua poesia, la inscrive in una certa aria di famiglia dove la remissività prevale sull’attitudine agonica o quantomeno dialettica. Eccone alcuni tratti salienti: 1. la mitizzazione dell’altro nell’imperfetto mitico di «e tu albeggiavi» (p. 36); 2. il desiderio di protezione, confessato in una dizione fin troppo letterale, di «rimpicciolire ad occhi chiusi | nell’abbraccio di un uomo» (p. 47; vedi Giulia Rusconi: «io non cerco che una mano | grande che mi copra tutta la faccia | non mi faccia invecchiare» – leggo in entrambi i passaggi una volontà di auto-diminuzione); 3. il topos corpo-casa («il mio corpo era la casa», p. 48 – questo topos trasversale ai due generi, a dire il vero, vedi Pierluigi Cappello: «il mio corpo sta come una casa in cui si piange»; ma il corpo in prima persona è smaccatamente femminile, vedi Antonia Pozzi: «guarda: pallida è la carne mia»); la richiesta sensuale, ma senza sbocchi oltre sé, e con una specie di rassegnazione che mi sembra di leggere fra le righe, «lasciami in bocca la tua lingua | senza promesse, per giocare | per lasciarmi leggermente trasportare» (p. 67; non aiuta la rima grammaticale).

Ecco, questi sono tutti movimenti autentici, ma esteticamente (mi) offrono poco, proprio perché si rifanno a uno schema psicologico ben definibile, che viene assecondato anziché messo in crisi nel farsi della composizione. Ovviamente, direi lo stesso degli autori maschi (molti, e me compreso in certe prove…) che idealizzano la figura femminile, raggelandola anziché problematizzarla. Non è dunque (solo) una questione di generi ma di monoliticità. Ti preferisco di gran lunga quando scrivi «tutti i giorni impariamo a imitarci | come fanno le scimmie» (p. 41): sia per il carattere più universale delle riflessioni che ne scaturiscono (l’amore come attenzione all’altro, accoglienza che modifica sé, ma anche in questo limitazione della propria libertà, o meglio del ventaglio di atteggiamenti che possiamo far nostro), e anche perché finalmente leggo “le scimmie” con valore positivo, per una delle prime volte dai tempi di Darwin! Ma questo rientra nella tua aderenza, non gridata ma non meno vera, a una certa selvatichezza, spesso espressa con l’ausilio di correlativi oggettivi tratti dalla natura. Bella anche l’altra idea (p. 53) dell’insonnia come allarme, vigilia per difendere l’altro – qui c’è una postura che secondo me “riscatta” il tuo io lirico, mostrandone un lato più ferino, e dunque intrigante.

Interessanti anche le considerazioni sull’invecchiamento e sullo scorrere del tempo, sulla “trentina triste” – fra l’altro ho scoperto proprio oggi che esiste una parola, midsummer, che esprime la fine della giovinezza, dopo i 26, quando tutto comincia a scorrere più veloce e la consapevolezza di un tempo progressivo, non ciclico, inizia a mordere. Dei due luoghi testuali che accennano alla volontà di farsi sottili, preferisco di gran lunga il primo: l’immagine dello spazio fra due cose o dell’idea che nasce (p. 61) è molto più evocativa che l’acerbità estetica della dichiarazione netta, un po’ ingenua, di «sogno di pesare ogni giorno di meno | e poi a sparire come le fate» (p. 75). Posture sentenziose e regressive («la nascita è il male», p. 74) si trovano un po’ più spesso verso la fine, sembrano abiurare la maturità così piena della prima sezione. Infine, mi sembra acerba la poesia a p. 66 (quadretto veneziano un po’ ingessato, letterario, forse uno dei pochi punti non autentici del libro) e troppo penniana quella a p. 65 (il finale, «sanno di bucato i ragazzi», e mi piace poco il gioco di parole su sanno).

Ho scritto tanto, paginate, e devo smettere. Magari avremo modo di parlare di queste e altre cose dal vivo. Ti saluto chiedendoti: perché il titolo è “Verticale”? non vedo grandi collegamenti con lo spirito delle poesie (“verticale” suggerisce uno slancio in su, una sottigliezza al limite suggerita dalle allusioni in odor di anoressia, ma nel libro c’è molto più terriccio, umidore, senso liminale di accoglienza e difesa).

Un abbraccio,

Davide

Vilnius, 6 gennaio 2017

 Risposta dell’autrice

Caro Davide,

Ti ringrazio per la sincerità con cui hai parlato del mio libro (è la seconda o la terza volta che qualcuno lo fa con me).

Ti rispondo subito alla questione del titolo: chi ha detto che la verticalità sia un movimento che va unicamente verso l’alto? Io l’ho inteso in entrambi i modi. Verticale come un ‘bisogno’ di aria (l’aria è un elemento ricorrente anche nelle ultime sezioni), una tensione anti-materica, ma anche Verticale come capacità di ancorarsi a questa vita, al qui-e-adesso (sono molto legata in questo alla lettura dei classici, una letteratura pagana che ama la vita terrena). La verticalità di cui volevo parlare viaggia lungo queste due direzioni, che poi convergono in un’unica ricerca, che Simone Weil aveva genialmente intuito: Weil la chiama grazia, quel movimento per cui le cose non cadono pesantemente verso il basso, ma ci si approssimano. È una differenza sostanziale per la qualità della vita. La verticalità è quindi quando troviamo un sano attaccamento alla vita, nutrito anche di distacchi, è il desiderio di stare qui fino alla fine nonostante la vita sia per lo più dolore. Come sappiamo entrambi, “niente è vuoto”, e il nichilismo per me è una soluzione comoda, il nichilismo è d’effetto. Non è poi così difficile scrivere poesie che parlano del malessere. Più difficile e ben più doloroso è accettare che la vita si trovi al di là del bene e del male, e cercare di scrivere di questo.

Condivido il tuo parere sulla forza della prima sezione rispetto alle seguenti, specialmente per una questione di coerenza e di compattezza dei testi fra loro, sebbene qualsiasi testo tu prenda da Verticale sia collocabile nell’architettura del libro, che mi sembra piuttosto chiara: la divisione in periodo dell’infanzia, periodo dell’adolescenza e periodo dell’età adulta. Però è vero che la prima sezione conserva anche una sua coesione interna che nella terza sezione si perde. Del resto la terza sezione è quella più aperta proprio perché l’età adulta rappresenta un’incognita per l’io che scrive. Il gioco voleva essere un po’ questo.

La seconda sezione: “Chi”, a te è parsa “troppo femminile”. Non condivido quando usi per me l’aggettivo “femminile” come qualcosa che mi potrebbe “penalizzare” nella scrittura: io scrivo secondo la mia sensibilità, che è quella che è. Non voglio ora entrare nel discorso “scrittura maschile”/”scrittura femminile” perché per quanto a volte mi sembri un discorso importante, tante altre volte mi sembra invece un discorso pedante. La scrittura è un prodotto degli esseri umani e delle esperienze che hanno vissuto o immaginato, filtrato attraverso la sensibilità che a ognuno è stata data in sorte: io ho la mia, che è fatta anche di quella che tu hai definito “accoglienza”. Non mi vergogno di scrivere anche di accoglienza e di relazioni. Non mi vergogno, onestamente, nemmeno di sembrare materna.

In ogni caso ho capito il tuo discorso: concordo quando dici che preferisci le mie scimmie all’immagine di me che rimpicciolisco nell’abbraccio di un uomo, le preferisco anch’io; è allo stesso tempo vero che forse non tu, ma moltissime lettrici donne potrebbero riconoscersi nell’immagine del rimpicciolimento, motivo per il quale non mi sembra che quell’immagine sia più intima di quella della scimmia. Semplicemente, forse, è adatta a un lettore che non sei tu, ma non è detto che non risuoni in altri, così come il poemetto I Padri di Giulia Rusconi – giacché l’hai citata – può forse risultare più familiare a un pubblico composto da lettrici, benché questo non penalizzi l’opera, che fra l’altro considero una delle più riuscite della cosiddetta “poesia giovane” degli ultimi anni.

Concordo su molte delle osservazioni davvero attente che mi hai mandato. Questa tua lucida analisi, anche nei momenti in cui non la condivido, per me è importante, quindi grazie.

Un abbraccio,

Maddalena

Venezia, gennaio 2018

Andrea Labate, nota a tre testi

(Questa nota è già stata pubblicata su Laboratorio in differita. I testi commentati sono qui riportati prima di ogni singola lettura. Su Labate potete leggere anche la mia prefazione al suo libro d’esordio)

 

 

 

Per non sentirsi isole
(l’ozio accorcia le distanze)

“La felicità è un angelo dal volto serio”
-oggi ha il tuo con la rogna sulla faccia
e il tuo lieve sovrappeso

Esserne esemplare- per qualche ora
non ci saranno sconfitti- e gli strani
movimenti della felicità.
Il successo nel senso che succede
ogni qualvolta capisci che stai vivendo
e ti risvegli.

Questa sera il tramonto è un’ora dopo-
quello che dovevi dirmi di così bello.
E ti ho atteso.
Così dicendo sono salito sulla terra
– infognarsi è d’obbligo
per capire da dove uscirne integri.

La scena è tua- traccia la tua linea bianca
e difendila.

Ora goditi una notte di fiammiferi
e di sesso.

Devo dire che mi piace, non credo che cambierei nulla. Il titolo, con la sua subordinata finale, indica un proposito, una volizione, e anche una sorta di vademecum o istruzioni per l’uso. C’è anche un riferimento intertestuale al famoso verso di John Donne, no man is an island, e un senso di piacevole disorientamento dato dal sottotitolo tra parentesi.

Riesci molto bene, secondo me, a raggiungere un tono intimo – dato dall’allocuzione a un “tu” probabilmente autoriflesso, cioè riferito all’io poetico e non a un’amante – senza farlo scadere nel melodrammatico, anche se forse i vv. 8-9 (ogni qualvolta capisci che stai vivendo / e ti risvegli) rischiano un po’ il pop, la canzonetta. Riesci, dicevo, a tenerti distante dal rischio del melodramma o anche della svenevolezza, grazie anche a quegli incisi ragionativi (v. 2, vv. 4-5, v. 15) che sono comuni nella poesia del novecento e che però possono ancora essere usati con freschezza, come tu sembri riuscire a fare.

A dire il vero, a un certo punto il “tu” sembra estroflettersi, rivolgersi a altri che te: la tenerezza veicolata in quello che dovevi dirmi di così bello e e ti ho atteso implica la presenza di qualcun altro. Questa poesia mi piace perché suona autentica, non si crogiola negli ammiccamenti comuni in autori anagraficamente più avanti e nei giovani “invecchiati”. Si sente che ogni cosa che viene detta ha fatto una strada piuttosto lunga dall’esperienza fino alla carta. La dicotomia tra sporcizia (rogna, infognarsi) e felicità si scioglie in una compenetrazione che forse deve qualcosa alla poetica Beat a cui ti ispiri, e che però se è vissuta prima fisicamente che letterariamente, ha senso d’essere riproposta. Mi piace, sempre a livello di contenuto, la difesa territoriale, animalesca, e lo spirito primordiale di sopravvivenza di questo dolce imperativo: La scena è tua – traccia la tua linea bianca / e difendila. Mi dice qualcosa di più collettivo, generazionale anche, di noi tra i venti e i trenta che dobbiamo lottare per ottenere o anche solo essere visti. Certo, forse questa è una sovra-interpretazione affettiva, tuttavia mi sembrava giusto registrarla.

Venendo invece ai punti che mi convincono meno. Il testo è una sorta di monologo interiore, e nonostante alcuni (me compreso) possano farlo proprio agilmente, il rischio è quello di una autoriflessività troppo caratterizzata in senso individuale, e forse, sottotraccia, un processo di purificazione al contrario (Così dicendo sono salito sulla terra / – infognarsi è d’obbligo / per capire da dove uscirne integri) che sembra prendersi un po’ troppo sul serio, quasi da novello Zarathustra. La semplicità disadorna, quasi trascurata del verso aumenta la comunicatività dell’insieme, ma rischia anche di passare per sciatteria o acerbità.

 

Fixorrum
elogio per te/fratello-umano

Distruggi in ordine
la madre il padre la domenica il finto peccato

tu sei lo spirito santissimo
marchiato al miracolo dalla prima boccata d’aria
comunque solo con la tua paura estesa a notte fonda

e io potrò al massimo seguirti dallo sguardo cometa
e dire: O.K.
oppure: quello che programmi ha la fortuna di non esistere

Qualcuno mi insegnò l’improvvisazione dell’attimo irripetibile
qualcuno mi insegnò ad amare “la sbornia benevola
accanto a una merda di vacca”
qualcuno mi disse cavalca con grazia
l’unica costante della vita: la corrente

e per la prima volta uscimmo soli
e per la prima volta parlammo da uomini
(mi scordai di dirti di quella mia volta…)
-tu avevi il tuo segreto luccicante
da confessare-

non c’è nessuna scadenza matura per l’esperienza
spingerti da qualche parte
potrebbe essere una spirale di scale nel vuoto
(quella volta che avevo un maglione di bosco e camminavo su piedi impacciati)

-scovasti una canzone americana
per sentirvi meno sudati e il cloro serpeggiava nelle mutande
(sii semplicemente lì e respira
ho visto tanti schiacciati per molto meno)

mi scordai di dirti di quella mia volta
che avevo un maglione di bosco e piedi impacciati e un naso invernale
accanto alla mia prima ragazza in bicicletta

Vi siete baciati?
la tua risata e quello che ancora ci sarà da dire.
 

Questa poesia ha delle punte molto alte, ma anche – secondo me – una buona ed evitabilissima dose di retorica e di ridondanza; problemi (dal mio punto di vista) che avevo constatato anche in altre cose tue lette per il concorso FARA. Cominciamo dagli aspetti positivi: tre formidabili versi nella seconda metà della poesia (spingerti da qualche parte / potrebbe essere una spirale di scale nel vuoto / (quella volta che avevo un maglione di bosco e camminavo su piedi impacciati)) e, più diffusamente, il senso di struggente e indifesa apertura dell’io confessionale, probabilmente un altro lascito positivo delle tue letture americane. Usi bene certe strutture colloquiali e che veicolano un senso di intimità, come tu avevi il tuo segreto luccicante, con il possessivo che rinforza l’allocuzione al tu e calca la sintassi inglese dove il possessivo prima del nome è obbligatorio; così come le frasi lasciate in sospeso, indice di oralità, e il dialogismo che comincia da e per la prima volta uscimmo soli.

Forse ti sarai accorto che ho citato unicamente dalla seconda parte della poesia. In effetti, la prima parte specialmente soffre di quella retorica di cui dicevo prima.  C’è sì un ribellismo spinto a partire dal primo verso, e un senso del cosmico che avevo rintracciato anche nella prima poesia che mi hai mandato; e però ho come la sensazione che queste immagini, questi enunciati, ti appartengano poco, cioè siano più parte di un certo bagaglio di letture che del tuo tentativo di esprimere, con la massima esattezza possibile, quella che dovrà essere stata la scintilla dell’ispirazione. Dirò di più: questa percezione che ho di poco controllo (non solo e non tanto formale, quanto contenutistico) deriva, secondo me, dal basso grado di specificazione dei versi, che potrebbero attagliarsi a molte situazioni (vedi la lista di entità presentate come astratte al secondo verso, o la tua paura che rimane generico). Questa poesia è ritmicamente assai meno posata della precedente, ma lo stesso si appoggia alla frase lunga come unità ritmica (il free verse americano e anche quello dei surrealisti francesi). Questo porta al problema di un prosaicismo atonale che, mentre permette di massimizzare l’impatto comunicativo, minimizza altri stimoli sensoriali meno apparenti. Per farti un parallelo vinicolo: è come se tu cercassi di caricare il tuo vino con un gusto molto evidente ai primi assaggi, ma che tutto sommato resta simile o perfino decresce in quelli successivi; invece dovresti complicare leggermente le risonanze foniche e strutturali di modo che le letture successive portino qualcosa di diverso, rendendo l’esperienza estetica più ricca. Il mio parallelo non è casuale: mi ricordo di un vino americano (!) molto impattante all’inizio ma che poi perdeva terreno nei sorsi successivi, contro un vino francese che aveva un gusto più diffuso e più lungo nel tempo. Ecco, mi piacerebbe che il tuo sostrato americano aggiungesse qualche nota francese, diciamo così. Questo credo sia un problema comune a molta poesia americana, specialmente se tradotta in italiano, dato che un mito anti-intellettuale rischia di dare il via al laissez-faire della scrittura.

Infine, nonostante le differenze ritmiche con la poesia precedente, anche qui il modo della scrittura è quello della confessione e dello spunto biografico trasfigurato, con tutti i potenziali rischi manieristi che questo comporta.

 

 

Per la riapertura dei mercati tutto questo non importa

(cosa resta di un orto se l’alba è decomposta)
[e perché non si può imbalsamare un’anima]

se ne sta andando-e me lo schiaffi addosso come acqua gelida.
la personalissima maniera di farmi notare le cose.
Sul filo di un fiato strascicato
ogni scusa è buona per renderlo evidente.
e la tua tristezza muta
nel vedere che nessuno se ne prende più cura.

Le tue scarpe di gomma dialettali
prima avevano un senso avventuriero.
ora è tutto un ammirare in modo tempestivo.

il giorno esatto dell’ultimo acquazzone-
e riproporsi a metà agosto
come una presenza significativa

Ti suscito sempre qualcosa di irrisolto
quando dico che ho alcune cose da ultimare- da una vita.

E allora diamo la colpa al terreno sgranato
avere in gola tutti i nomi di chi non ha fatto presenza.
Ma nessuno oggi ti ha visto bene per come camminavi.

Un errore che ci rimandi al porto
il giardino era gonfio e la notte così leggera-
niente da riempire e il nero non aveva luogo.

Pensa se un uomo non potesse piangere quando gli pare.

Tra tutte le cose
proprio quella sedia vuota sotto l’albero di banane
e lì qualcuno ha il dovere di non fiatare.

 

Voglio bene a questa poesia, forse anche perché la ricordo dal concorso FARA, ed era una delle poche boccate fresche dentro un magazzino di maniere e di pose ingessate. Qui da subito c’è un marcato contesto comunicativo, con colloquialismi misti a una deissi interpersonale, cioè l’uso di pronomi con cui sei in rapporto diretto (me lo schiaffi addosso). C’è un senso vivido ma assai meno retorico che nella poesia precedente; parti in medias res e, anche se il lettore non sa di cosa stai parlando (cosa ti viene fatto notare?) né capisce l’apparente nonsense del sottotitolo tra parentesi (sia tonde sia quadrate), si trova in qualche modo coinvolto nel testo. Qua e là forse c’è qualche compiacimento aggettivale (scarpe di gomma dialettali) e sovraccarico aggettivale (l’uso di due aggettivi polisillabici a fine verso in versi consecutivi, come avventuriero e tempestivo, è francamente pesante). Interessante notare che qui l’uso di cose, che come forse sai in genere depreco, va bene perché è funzionale al contesto parlato del testo, dato che questi termini generici sono comunissimi nella conversazione di tutti i giorni. C’è un crescendo lirico e immaginifico notevole verso le ultime strofette, dall’efficacia vuoto-presenza del concretissimo avere in gola tutti i nomi di chi non ha fatto presenza al lirismo archetipico, impossibile, di il nero non aveva luogo. Come ben sai, i due versi finali sono per me da antologia. In generale, questa tecnica della giustapposizione e del nonsense, o del cambio repentino d’immaginario e delle associazioni fulminee e però mai oracolari (mai alla De Angelis, per intenderci) è molto proficua e la utilizzi bene, ma come tutte le maniere rischia di perdere freschezza e impatto con una sovraesposizione. Meglio, secondo me, puntare a una varietà che ti permetta di usare ogni strumento in modo espressivo e funzionale senza impoverirlo con la ripetizione.

 

Nel complesso…

Non ti faccio mistero di essere attratto da certe cose del tuo modo di fare poesia, forse perché lo avverto lontano dal mio ma portatrici una possibilità alla quale io, che vengo da letture più italiane o accademiche (avevo letto i Beat da giovane, ma ormai la disciplina di Montale era dentro di me), fatico ad avvicinarmi pure agognandola ogni tanto. Al tempo stesso, però, intuisco i problemi di poca cura, trascuratezza e manierismo che emergono a tratti, annacquando una base autentica e piena di pura forza. Credo che, a livello puramente procedurale, quello che dovresti fare sia – ma te l’avevo già detto in passato – da un lato continuare ad accumulare testi con la libertà e quasi genuina strafottenza di adesso; dall’altro però, dovrà venire un momento di ardua disciplina in cui tutto il superfluo dovrà essere tagliato, tutte le scelte ritmiche e lessicali valutate rispetto ad altre possibilità, valutando anche la possibilità di un contributo più diretto della struttura (proprio per ottenere un minimo di quell’effetto “francese” di rilascio lento), ad esempio con l’uso di versi dal ritmo più tradizionale o di enjambement.

 

 

 

 

 

Marco Xerra – nota a tre testi

(Questa nota è già stata pubblicata su Laboratorio in differita. I testi commentati sono qui riportati prima di ogni singola lettura e subito dopo l’introduzione)

Come prima cosa devo dire che, per i tuoi diciannove anni sono ben scritte: hanno un senso del ritmo e anche un sottofondo di inquietudine che testimonia (secondo me) una certa autenticità nella scrittura. Com’è naturale che sia, queste poesie hanno però anche alcuni limiti evidenti. Con questo non dico che sono “sbagliate”: già la possibilità di dare forma a ciò che si sente o che si esperisce è una bella cosa. Tuttavia, come saprai studiando, la poesia come genere e discorso è cambiata tanto negli ultimi decenni, per cui – ad esempio – l’altisonanza della prima poesia, specialmente nelle prime due terzine, può essere un problema. Tu scrivi questo:

Senza titolo
L’ombra del lutto aleggerà in eterno
incurante del tempo strisciando
su ogni cosa che la vita ha in governo.

Il lutto trionfa con muto scherno
questo sadico collante del
nostro perenne inverno.

Un fiume depravato che tutto
conserva adulterando: e come
la fuga? Chi è l’altro

che ti cammina a fianco
se conto ci siamo solo io e io insieme
c’è sempre qualcuno, incappucciato
ammantato ti segue non capisco

se un uomo o una donna chi è
che ti cammina a fianco?

Pensaci: sovraccaricare il testo, come tu fai, con archetipi come ombra, lutto, eterno o tempo è una via troppo comoda, dice anziché mostrare; con il risultato che l’impatto estetico è meno forte, proprio perché manca un ulteriore sforzo di elaborazione. Quando ti liberi di questi impacci la poesia migliora, come nei nove versi finali – che trovo invece comunicativi e sobri (mi piacciono anche le slogature come ti segue non capisco, con slittamento deittico non marcato da interpunzione, a rispecchiare la confusione o incertezza che trasmetti) ma non per questo acerbi. Ti dirò, quelle prime terzine troppo cariche mi hanno ricordato una delle prime poesie che scrissi, oltre dieci anni fa: faceva così: Taci mio vecchio vento / nell’aria che teco porti / gonfia di voci / infitte come croci / sul silenzio dei morti. Come vedi, pesantezza, stile antiquato e altisonanza. Tu fai certo meglio, ma si sentono ancora troppo certi influssi ottocenteschi.

Lamento dell’appeso

Mattino
non ti rivedrò ancora?
Mentre il tempo veloce scivola
via scivola via is gone is gone

E già non sento più del prato
bagnato di rugiada
l’odore
To me so splendid shown by Night sublime

Che infieriscono su di me gli uccelli
dimenticato
dondolante and I
sing like a snowy swan.

 

Per questa seconda poesia, valgono più o meno gli stessi argomenti: ci sono cliché letterari come la rugiada, il mattino, il tempo che scivola via. Non credo che un’appeso userebbe il tono di questa poesia: sarebbe invece di rabbia, non penserebbe alla rugiada… questa è un immaginario romantico (mi viene in mente il cavaliere malato di Keats); chi scrive poesia oggi dovrebbe invece riuscire a essere di più nel suo tempo e ascoltare le sue esperienze e quelle che vede intorno. Infatti, benché secondo alcuni la via dell’esperienza non sia più praticabile oggi, per me lo resta, se sostenuta adeguatamente da cose interessanti da dire e da una tecnica nutrita da letture più recenti.

 

 

 

Senza titolo

Se guardi in alto e cerchi il cielo
Il cielo è saturo di
vedrai qualcosa di diverso
dalle ombre che si levano –
l’alba a salutarti:

Sentirai uno specchio
come un piccolo dio creare
da un altro specchio una realtà
del tutto razionale;

inerte del creatore, e imparerai a conoscere
la tesserai e agirà senza che agisca una alegría más alta:
perché la morte nella vita vivir en un pronombre.
filammo a nostra sorte.

 

Infine, la terza (che andrebbe visualizzata diversamente, con le prime due strofe formattate al centro e le seguenti due giustificate a destra e sinistra, in parallelo). Apprezzo il fatto che già ora sperimenti con la forma: la poesia in questo offre molte possibilità, ed è un peccato che tanta poesia contemporanea sia così tradizionale da avere quasi orrore di ogni forma di sperimentazione. Ad esempio, tu nel secondo verso spezzi già il flusso sintattico della frase, generando una reazione inattesa da parte di chi ti sta leggendo. Questo è un buon colpo, a patto che la sorpresa non sia fine a se stessa ma invece veicoli meglio quanto vuoi trasmettere (è insomma importante che sia funzionale al testo). Eppure anche qui, l’affollarsi di entità troppo basilari (cielo, alba, ombre, specchio, morte, vita) rende il tutto troppo anonimo, generale e non elaborato. È una falsa credenza quella secondo cui queste parole siano di per sé più poetiche di altre. I concetti a cui rimandano forse lo sono: ma proprio per questo non possono essere esauriti nelle parole che li designano, essere cioè menzionati anziché fatti veramente propri, esperiti. Potresti provare a declinare – non per forza rinunciare a – questi temi così da rendere più personale la visione. Nella poesia ciascuno dovrebbe, secondo me, trovare la sua disciplina, la sua misura interna; ma poi anche ricordarsi che si ha la massima libertà di attingere a tutti i materiali della vita e della scrittura, poetici e non.

Il mio consiglio dunque è quello di continuare a scrivere, ascoltandoti e guardandoti attoro; ma anche quello di leggere buona poesia (per quanto mi riguarda, è meglio leggerne poca ma intensamente che tanta ma confusamente… se non sbaglio anche Pound era dello stesso avviso). Ad esempio, su internet puoi leggere i testi che analizzo su Poem Shot, che sono proprio quelli che – sia come lettore che come critico – mi convincono di più.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Gianluca Mantoani – nota a tre testi

(Questa nota è già apparsa sull’ebook Laboratorio in differita. Pareri di lettura sulla poesia emergente, pubblicato su In realtà, la poesia. I testi seguono le considerazioni che li riguardano. Chiude la risposta dell’autore)

 

La valle si apre

Riconosco, forse perché anch’io vivo nella Pianura e prendevo regolarmente il treno, quanto descrivi. Mi piace l’inizio in medias res, con un tempo presente che coglie sia l’attimo dell’azione sia la sua ripetizione (strade / che spargono donne e uomini). Mi piace anche il colloquialismo dell’avverbio di modo praticamente e il tono riflessivo/contemplativo dell’insieme. I versi sono dinamici il giusto da suggerire il movimento nella prima strofa, e le inarcature nelle ultime due sostengono la meraviglia (davvero / prende profondità) e lo sgomento descritti. La gestione del verso e del lessico mi sembra sicura e senza pecche particolari.

Detto questo, ho riserve d’altro tipo – di poetica, direi. Anzitutto, da un lato sia stile sia temi rischiano di ripetere un luogo novecentesco un po’ usurato, quello dell’osservatore che, in un momento epifanico, assiste a una sorta di miracolosa compenetrazione con l’esterno (che sono già in lui). Nulla di male in questo, di per sé, e probabilmente anch’io a lungo sono stato affascinato dall’epifania nel quotidiano. Eppure, il rischio è che la testimonianza narrata si riduca a epifania soggettiva, a fatto puramente biografico, come succede in non poche poesie di Prove di libertà, libro di Stefano Dal Bianco non particolarmente riuscito a mio avviso (anche là si parla del lascito di un viaggio). La seconda riserva è strettamente legata alla prima: proprio perché da un lato descrivi l’oggettivo (relativo, ovviamente) visto dal treno, e dall’altro una tua reazione ad esso, mi sembra che la scelta di usare la constatazione diretta (le coglie ovunque) indebolisca la poesia: come se sentissi il bisogno di rendere esplicito il suo tema anziché, più indirettamente, lasciare intuire gli effetti di questa osservazione. Quel Ma a inizio verso è un’altra spia sicura di una poetica novecentesca che ha fatto il suo corso e dalla quale, a parer mio, dobbiamo sforzarci di uscire. Insomma: forse mi piacerebbe che osassi di più, nel senso di scoprirti maggiormente, oppure all’opposto cercherei maggiore freddezza, magari evitando quei lacerti assertivi (Così i treni dividono il tempo) alle quali anch’io mi affidavo molto ma che rischiano di smorzare la percezione di autenticità di una poesia.

 

La valle si apre

La valle si apre e le chiuse
governano i canali, l’elettrodotto corre
ramificando la pianura sopra strade
che spargono donne e uomini
verso foglie di destinazioni e legano
radici, praticamente ovunque,
come l’erba selvatica.

Così i treni dividono il tempo,
tagliano la luce, sciamano innumeri
gesti personali, ripartendoli fra le stazioni
di diversa importanza.

Inizia la giornata in seconda classe,
seduto guardare la pianura che riassume
da poche centinaia di metri alla vista
usando come vuole le tegole,
le siepi, i salici, le galline, i muri di fabbrica
i bassi fabbricati, le code, i passaggi
a livello, i tronchi già marci nel fiume,
le strisce regolari di letame nei campi.

Ma è da questa parte degli occhi che davvero
prende profondità la Pianura.
Dalla sua parte si modella come liberando un taglio
di porfido dal volume ingannevole,
la mano del visionario scultore,
suscita infine, nella luce, l’impressione di figure
che sono già in lui,

soprattutto perché le coglie ovunque, suo malgrado,
con meraviglia e curiosità
e sgomento.

 

Atti di Transazione Generale Novativa

Poesia decisamente diversa dalla precedente, spudoratamente prosastica e di carattere apertamente sociale. A guardar bene, tuttavia, la spinta è la medesima: li osservo come un entomologo. C’è nuovamente distanza, c’è una attitudine molto didattico-ragionativa che nell’altra poesia affiorava e qui invece si prende tutta la scena. Non lo so, ho problemi con questa poesia perché, pur intravedendoci uno stile e temi tipici di alcuni poemetti degli anni ‘50/’60 (Vedi Una visita in fabbrica di Sereni), mi sembra che il testo rischi di ridursi a una specie di parafrasi del contratto citato in corsivo in alto. Io non credo che esistano toni giusti o sbagliati in poesia, ma che si debba stare attenti a usare con parsimonia quelli più “estranei” all’afflato lirico: nel modernismo aveva avuto senso inframmezzare a sprazzi lirici lunghissimi documenti legali o storici, eppure ciò di cui resta memoria è il peso di quanto si dice e il successo di qualche immagine.

Lo spunto di questa poesia è assai forte, però non mi sembra tradotto nel linguaggio emotivo che ci si aspetterebbe. Non intendo dire che occorra essere svenevoli, tutt’altro. Ad esempio, avresti potuto rendere il senso di estraniazione che segue un dolore incredibile o la fine di un lavoro (l’osservo come un entomologo) cercando di parlare d’altro, focalizzandoti su dettagli irrilevanti, senza il bisogno di esplicitare il tema a ogni verso e senza esplicitare lo stato d’animo verso la fine (togliendomi soldi, fiducia) ma lasciandolo intuire, mostrando anziché dicendo (per es. togliendomi soldi, fiducia potrebbe essere riscritto come la monetina sarà caduta dalla tasca, / ci ha preceduti nell’idea di scivolare via).

Atti di Transazione Generale Novativa
ex artt. 1965 e segg. del Codice Civile

“Premesso che le Parti hanno rilevato che le condizioni
per svolgere le mansioni di cui al punto A sono venute meno;
ai fini della conservazione del posto di lavoro, il Lavoratore
manifestando disponibilità ad accettare un inquadramento inferiore,
e una riduzione della retribuzione lorda, ha fatto altresì richiesta
di essere adibito ad una nuova mansione.
Tutto ciò premesso, il Datore aderisce alla richiesta e il Lavoratore,
nell’accettare quanto sopra, dichiara di essere pienamente soddisfatto
e di non avere altro a pretendere…”

Perciò ecco il Lavoratore oggetto del conflitto di interessi,
(essendo un atto individuale non è esatta la categoria del conflitto di classe
o non è più questo il punto?),
ma stemperato sobriamente – il conflitto – nell’idea conviviale
di un “accordo fra le parti”.

Ed ecco – infatti – che firmano – le Parti – assistite dai Rappresentanti
di Categoria – una riduzione di stipendio a scambio
di un posto di lavoro non perso.

L’osservo come un entomologo, l’osservo come un antropologo
(partecipante, intendo) come se stesse capitando ad altri, l’Azienda profittare,
proprio nel senso tecnico di trarne il miglior profitto,
dal suo essere l’attore dominante. Il più forte fra le parti.

Togliendomi soldi, fiducia, verità, parole, lasciandomi
ancora una volta, la voce,
da troppo tempo, più che repressa, ormai. rappresa.

 

 

 

La consegna

Questa mi sembra, delle tre, la più riuscita. Sei diretto e prosastico, eppure riesci a trasmettere, col minimalismo della fine, come l’abitudine (o la vita? Con la consegna del latte…) prevalga sull’orrore e sulla cronaca, specialmente in quanto mediate. Il tono sembra di sottile sarcasmo e disillusione, forse anche per via di quel latticini che suona ironico. Come potrebbe esserlo alla ribalta che, usato come espressione di successo nel linguaggio corrente, preannunzia invece una lettura letterale (alla ribalta = ribaltato; per questo potresti forse omettere ribaltato dal verso 4). L’inizio mette in medias res, con quel poi che qui non è avverbio di tempo ma marca colloquiale, mentre diventa avverbio di tempo nel crescendo dell’anafora all’inizio di ogni strofetta. La prosasticità è controbilanciata bene dall’uso delle rime interne. Qui sei testimone diretto senza nemmeno una volta dire “io”: anche per questo, credo, la poesia è una poesia riuscita.

 

Poi un giorno il camion delle consegne dei latticini
semplicemente non è arrivato alla ribalta
dello Scarico Merci.

Poi qualcuno per telefono ha saputo dell’incidente
in tangenziale, del mezzo ribaltato, un altro ha ricordato
la radio, il giornale, prima dell’alba in tangenziale
un incidente mortale.

Poi l’Addetto al Ricevimento scrollava la testa e lentamente,
fra le pedane, ognuno portava un pezzo : l’età, la storia, un malore,
un nome.

Più tardi, in qualche modo, è arrivata lo stesso la consegna
del latte.

 

 

Giudizio complessivo

Purtroppo e inevitabilmente non si può dire molto di un autore a partire da poche poesie. Però ho l’impressione che tu cerchi di differenziare stilisticamente le poesie (o forse questo era un criterio di scelta affinché io potessi avere un’impressione il più possibile variegata della tua attività) mentre il centro tematico dell’osservazione rimane intatto. Personalmente, apprezzo i dettagli concreti della tua poesia e il respiro potenzialmente collettivo che vi si avverte, ma penso che a tratti si potrebbe lavorare di più sul piano espressivo, magari evitando di esplicitare i temi o addirittura un tema (altrimenti, potresti farlo ma in chiave ironica) e provando a far parlare di più le immagini, aumentando la loro risoluzione (il dettaglio attraverso cui enunci le cose) e quindi, implicitamente, anche il tuo coinvolgimento di osservatore pienamente “partecipante”.

 

Considerazioni dell’autore

Ciao Davide, grazie infinite per l’attenzione e la precisione con cui hai letto i testi.

Non scusarti per i tempi perchè in ogni caso il servizio che mi hai reso è davvero importante, ti ho sollecitato perchè ho solo temuto che alla fine ti passasse di mente di rispondere.

Le critiche sono puntuali e mi danno modo di tornare sul testo con attenzione diversa. La seconda poesia è, come hai intuito, quella che trasuda più coinvolgimento diretto e quindi necessita evidentemente di un intervento per darle equilibrio prendendo le distanze.

L’ultima, che tu trovi meglio riuscita è paradossalmente quella che è stata prodotta con meno interventi e mediazioni. Al contrario della prima nella quale non riuscivo però a notare quelle che tu chiami “spie didattiche” e che in effetti denunciano una certa mancanza di forza nel dare al tema trattato una veste discorsiva che possa stare in piedi al di là del proprio coinvolgimento emotivo. Quel testo era nato come una descrizione narrativa e poi certe tensioni interne mi hanno spinto a cercare di riportare il testo in una poesia.

Mi lasci un’indicazione di lavoro che è molto e anche un’opinione favorevole sull’uso del verso e del lessico,  che mi fa piacere. L’indicazione sulla necessità di affinare la scelta di poetica in una direzione piuttosto che in un altra è altrettanto importante. LA cosa più difficile e preziosa è avere un parere critico su cui lavorare.  Grazie ancora

Gianluca Mantoani

Paola Tomasiello, “Anonimia”

(Questa analisi è già apparsa su Poesia 2.0, nell’ebook Poem Shot vol. 1. La ripropongo qui con alcune piccole modifiche e miglioramenti). 

Anonimia

Mia frontiera di volti in comunione,
che abbiano inizio gli scavi.
Presto ritroverò
aorta emaciata e occhi elisi.
Forse qualche rosa.
Sognando, a volte,
la fossa che mi sorprende.
Ché sui margini sociali
ancora non mi volto.
E annuso furia primordiale.
Venerata sodomia
di bestie inconsapevoli.
Non una sola lettera, segno, simbolo
a rivoltare questo bianco vuoto.
Limite cellulosico muto.
Dopo la sepoltura,
luce e terra solenni abbastanza.

Così me ne andrò
con bava artificiosa su labbra di graniglia
e il terrore di disturbare
sudicio sotto le unghie,
austera,
elio inerte.
Tra condotti di qualcuno
io, in acque conseguenti,
scoglio allusivo.

 
L’immaginata esperienza del proprio immediato dopo-morte è fissata lucidamente, come strumento conoscitivo e indagatore del Sé: una prefigurazione che ha precedenti illustri (penso alla bellissima Le sei del mattino di Vittorio Sereni, dove parla di una casa visitata dalla mia fresca morte; a Sereni rimandano anche la parola frontiera e il tono
cupo ma stoico del dettato). La presenza di una voce poetica, di un io che articola il
discorso e la rende presente, tangibile – a partire dall’allocuzione che apre il testo – ci accoglie, ma con responsabilità e senza morbosità, senza far leva su un’emotività spicciola ed esibita, limite maggiore di molte poesie cosiddette confessionali.
Non mi sembra, questa poesia, una di quelle che ci spiano guardandoci e riguardandoci gli ormoni, come ha scritto con arguzia (e con ragione) Leopoldo Attolico.

C’è un senso di calma ineluttabilità, una certezza che viene come liberazione (Presto ritroverò, a contraddire il concetto di perdita associato alla morte). Mi sembra indubbio che proprio l’articolazione della voce (più concretamente: la lettura a voce, suggerita dalla disposizione delle virgole, dei fine-verso, della struttura degli enunciati, spesso nominali ed ellittici) dia a questa poesia un’aria di incontestabile autenticità.
Ma c’è molto altro. Il tessuto semantico del testo è infatti più complesso di quanto faccia apparire questa dizione composta. Cerco di rintracciarne alcuni fili. Anzitutto, vedo una sorta di sottilissima e appuntita ironia (eppure smorzata da un senso di pathos, di vera
partecipazione) nell’uso dell’espressione in comunione: comunione nella morte, nella separazione. Da un lato un fattore antropologico, cioè la coesione sociale garantita
dalle cerimonie funebri; dall’altro però, in filigrana, la constatazione che questa comunione è una frontiera, qualcosa da raggiungere – evento impossibile, data la
morte immaginata ma accuratamente descritta – e al tempo stesso, qualcosa che frena.

Il secondo verso può essere ferocemente letterale, ma scavi è parola associata alla ricerca, a un’attività (lo scavo del poeta nella sua lingua: questa metafora di “poesia =
scavo” è abbastanza assestata, tanto da indurre il critico Brian McHale a parlare di una archaeo-poetry, poesia-archeologia). Ed ecco che la morte immaginata si fa occasione di azione, segnalata dai frequenti verbi d’azione in prima persona (ritroverò, annuso, me ne andrò), e l’anonimia dello scomparire (e del titolo) è contraddetta dalla drammatica messa al centro del soggetto, unico, vero – paradossale – superstite della scena. Si veda inoltre come le parole formino pattern semanticamente coerenti: da fossa (v. 7) si passa a margini (v. 8), con un transfert semantico (da senso letterale a senso metaforico corrente) garantito da una specie di rapporto meronimico (la fossa è caratterizzata da margini). La terra (della sepoltura) è poi replicata, nella seconda strofa, in terrore, non solo per l’inclusione anagrammatica, ma soprattutto perché gli attributi che lo descrivono (l’aggettivo sudicio e il sintagma preposizionale di luogo sotto le unghie) derivano entrambi da terra.

Un’altra potente risorsa di questo testo, infine, è nello scontro concreto-astratto, tipico di molta poesia espressionista e neo-ermetica (alla De Angelis, per intenderci) rilevabile in questa tensione tra terra e terrore, e più ancora in scoglio allusivo, metafora latamente ossimorica in posizione di rilievo (a chiusa del componimento); senza contare poi i collegamenti suggeriti dalle ricorrenze fonetiche, che collega a distanza aorta emaciataocchi elisi con austera, elio inerte, a creare un sottosistema in cui la morte (ora emersa in una serie di meronimie del corpo, connotate da una attenta scelta aggettivale) viene risarcita con una bellezza estetica che però non tradisce e non traveste la verità della constatazione.

 

Tomas Bassini, È stato l’amore la più grossa fregatura (Galassia arte 2014)

(Questa nota è già apparsa sull’ebook Laboratorio in differita. Pareri di lettura sulla poesia emergente, pubblicato su In realtà, la poesia. Le poesie di Bassini possono essere lette nell’ebook e qui e qui su Critica Impura. Segue la nota una risposta dell’autore che ne mette in evidenza la consapevolezza autoriale e la disponibilità al dialogo, doti non sempre diffusissime oggi)

Caro Tomas,

Ho letto e riletto il tuo È stato l’amore la grossa fregatura, buona parte del quale, come sai, avevo già avuto modo di apprezzare leggendo le opere pervenute al concorso Opera Prima. Rileggerle, insieme ad altre poesie, tutte insieme in un libro fisico (tra l’altro ben fatto anche editorialmente parlando) genera una diversa dinamica, e forse
anche diverse aspettative.

Non ho cambiato idea sulla freschezza e autenticità della tua poesia, sulla sua efficacia: ho anzi ritrovato passaggi e intuizioni notevoli, come il fulminante epigramma di p. 25, la bella e centrale poesia di p. 17, il bel finale di p. 30, il bellissimo verso “ad ognuno va il suo orgoglio di rimanere stanco” (p. 35), una musicalità precisa ma non intrusiva,
l’efficacia di un burocratese ironico (le presenti ubriacature, p. 15) necessario per smorzare il pericolo di ripiegamento e di lamentela che il tema, più o meno spontaneamente, porta con sé. Cerco di spiegarmi più compiutamente: ci sono passaggi a
rischio in tal senso, per esempio il finale della poesia a p. 61 (“che il guaio tuo è stato sempre quello di prendere me troppo poco sul serio”). Quando il risentimento sfocia in commenti arguti, piccati ma precisi, la tua vena, come ho detto prima, diventa
corrosiva senza clamore ed epigrammatica; quando però il meccanismo non riesce, si rischia o si cade nel diario privato e un po’ auto-indulgente nella lamentela.

Certo, il libro è una sorta di canzoniere dell’avrebbe dovuto/potuto essere, uno dei pochi libri che io abbia letto dove a dominare non è la nostalgia elegiaca (o non solo quella) ma piuttosto quella della costante critica e autocritica di un vissuto specifico, della disillusione continuamente affermata; e di una continua pretesa riduzione del
passato, quando invece il passato resta la prospettiva. Ci sono ossessioni ricorrenti, penso al cane come allegoria di fedeltà e/o tuo alter-ego (secondo la mia lettura, ovviamente), o anche il cibo e i ristoranti, a ricordare un’esistenza di coppia come tante altre, ma forse anche a insinuare sottopelle il tema della voracità, della fame di vita
(in questo senso leggo l’esergo spiazzante volevo vedere il tuo culo ingrossare / e hai deciso di metterti a dieta); o il tema dell’alcol, che torna più volte. Il tutto è l’articolazione lucida di un rancore o uno scoramento indirizzati a una persona ben precisa,
che però non prende la parola, e che è interamente filtrata dallo sguardo di chi scrive.

Qui c’è un limite potenziale: la comunicazione di stampo privato e unidirezionale, che si modifica poco nelle letture consecutive e che, soprattutto, tiene in qualche modo il lettore nella situazione di spiare qualcosa che non gli appartiene, o può non appartenergli. Egli (il lettore) si trova così come a curiosare, quasi suo malgrado, senza essere completamente ammesso nelle stanze del libro. Può essere una strategia che hai seguito, questa, o il semplice risultato di una urgenza espressiva; resta però il fatto
che, almeno per me, sarebbe in futuro auspicabile un allargamento tematico e anche tonale, per scongiurare il fossilizzarsi su una posizione e magari lo spazientirsi del lettore.

Alcune delle poesie verso la fine del libro (quelle a pp. 50, 52, 57, 60, 61) mi sembrano più deboli rispetto a quelle della prima parte, perché perdono mordente e arguzia e rimestano su un sentimento già bene messo a nudo prima.  Tutto questo nulla toglie alle qualità, che riconosco, della tua scrittura; diciamo che, quando vagliavo le raccolte per Opera Prima, cercavo la qualità e freschezza della scrittura; ora che queste si
sono riversate in un volume, cerco la visione autoriale, una dinamica non scontata con il lettore – ed è da questo punto di vista che, sempre secondo il mio modesto parere, si potrebbe fare di più o di meglio.

Spero che almeno qualcuna di queste riflessioni possa offrirti qualche spunto – sono note di un lettore attento ma inevitabilmente “orientato” a un certo modo di intendere la poesia. Sei liberissimo di dissentire, ovviamente.

Considerazioni dell’autore

 

Caro Davide

ti ringrazio molto per avermi risposto. Mi fa davvero piacere aver letto la tua critica, soprattutto perché è la prima che mi viene fatta (visto che fino ad adesso non ho mai avuto l’impulso di far leggere le mie poesie) e poi perché non conoscendomi non puoi avere nessun tipo di freno, di indulgenza, o anche più semplicemente di elementi personali attraverso cui filtrare la forma e
il contenuto del libro. Proprio tenendo conto che non ci conosciamo voglio essere onesto fino in fondo: quello che tu mi dici io lo condivido pienamente (tranne per
quanto riguarda la valutazione della poesia a p.57 che per me è una di quelle più centrali, o per meglio dire una sorta di chiave di lettura dell’intera
raccolta; ma questo è un fatto soggettivo ed ognuno può avere la sua visione), condivido quello che mi dici soprattutto nelle critiche che mi rivolgi: quello che tu mi obietti è pienamente azzeccato e io ne sono consapevole (il rischio di ricadere nel diario privato, il fossilizzarsi su di una sola posizione, il lettore che si trova a curiosare e a cui
viene impedito di prendere parte alla storia…) è tutto vero e so benissimo che potrebbe essere controproducente, lo so e io stesso a volte ho qualche dubbio a riguardo… però è proprio su questa direzione che sto cercando di sviluppare un modo di fare scrittura.

Diciamo che è proprio sui punti maggiormente a rischio che ho deciso di puntare, di focalizzare tutti i miei sforzi; questo mi viene sia da un progetto ben chiaro che ho in testa, e che sto cercando di portare avanti, che da un mio personalissimo gusto di lettore (o forse anche da un rifiuto di un altro tipo di poesia che io vorrei vedere superata ma che invece, mi accorgo, ha oramai assoggettato quasi tutta la poesia contemporanea).Quello che più di ogni altra cosa vorrei io è di riuscire ad avere una “voce” assolutamente personale, e per personale intendo viva, onesta, strutturata, autonoma, riconoscibilissima e necessaria anche nei suoi punti meno riusciti (che sono proprio quelli per me più importanti).

Ci tengo a ripeterti che mi ha fatto davvero piacere leggere la tua nota, anche perché credo di aver capito che anche per te quando si parla di letteratura è doveroso sottolineare che si tratta sempre di un giudizio soggettivo (e questo fatto, che può sembrare banale, non è così comune). Quindi ben vengano le critiche e le proteste, ancor
di più se condivise dall’autore, e ben vengano i giudizi di qualsiasi tipo… (e detto fra parentesi sono contento, e anche un poco sorpreso, che tu abbia notato l’allegoria del cane come fedeltà e alterego… è uno dei cardini su cui volevo far ruotare questa raccolta ma che ho cercato di nascondere, di non portare pienamente a galla.)

 

Lorenzo Carlucci, “enespace10” (da La comunità assoluta, Lampi di stampa, 2008)

(Questa analisi apparve nell’ebook Poem Shot vol. 1 su Poesia 2.0. L’analisi è impreziosita da una lunga risposta dell’autore, riportata per intero. Molto tempo è passato da allora – la levatura di Carlucci è stata nel frattempo adeguatamente riconosciuta con l’inclusione nel dodicesimo Quaderno Italiano di poesia contemporanea due anni fa. Inoltre, desidero segnalare che Carlucci è stato il primo a contribuire, in ambito critico, a “In realtà, la poesia” con un saggio su “I mondi” di Guido Mazzoni)

 

La comunità assoluta (Lampi di stampa 2008), di Lorenzo Carlucci, è un libro che sono tornato a rileggere quest’estate, trovandoci grande varietà di forme e un primitivismo quasi aggressivo, stralunato, l’uso del non-sequitur, la commistione di didattico e lirico. Forse, tra tutti, il testo che più mi si è impresso nel ricordo – già dalla prima lettura quasi quattro anni fa – è enespace10 qui sotto, che certo ripropone molti aspetti, anche formali,
dell’intero libro.

 

enespace10

Tra una pattumiera e un distributore, su una panchina rossa.
La mia vita è uno straccio.
E’ evidente, il mio cuore ti accoglie come un cielo.
La panchina è rossa come il distributore.
E’ evidente che le buste della spesa mi segano le dita.
Evidente.
Io ti accolgo nella mia vita straccio perché sono vuoto.
Sono per voi.
Le mie mani sono vuote. Il mio petto respira il respiro del cielo.
Le mie mani sono vuote, il sangue è rosso come questa panchina.
Voi andate, avete sangue. Andate.

Tra una pattumiera dalla quale mi aspetto che esca
il viso di uno scoiattolo
un topo
un uccello
e un distributore dal quale mi aspetto che esca
una coca-cola
mi fumo una sigaretta e la butto per terra a metà.

Il mio respiro è uno straccio, voi mi attraversate.
Il mio petto è attraversato dalla sigaretta
fumata a metà
che butto per terra.
Questo silenzio è insopportabile. Andate.
Lo stare seduto sotto lo straccio del cielo
è insopportabile. Venitemi a prendere.
Dalla pattumiera dalla quale mi aspetto che esca
il viso di uno scoiattolo sporco
non esce nessuno. Voi andate.
Continuate a vendere piante lungo una porta a vetri.
Le mie tasche sono vuote.
Pago ogni piantina con una malattia.
Venitemi a prendere.
Dal distributore dal quale mi aspetto che esca
una coca-cola
esce una coca-cola.

 

Cominciamo dal titolo, che graficamente camuffa – tramite abolizione di spazio bianco – l’espressione francese “mise en espace”, derivata da “mise en scène”, e che rispetto a quest’ultima non ha le stesse pretese di verosimiglianza e sofisticazione: più un bozzetto
semplificato ma tridimensionale, come da installazione. La descrittività preparata dal titolo viene messa in atto dal primo verso, formato da due indicazioni di circostanza
spaziale tramite sostantivi indicanti cliché urbani: pattumiera, distributore, panchina. Come un dipinto di Hopper.

Dopo questa inquadratura senza soggetto, ci aspetteremmo lo svolgersi di un’azione – e invece il secondo verso vira in un tono patetico-confessionale veicolato da una catacresi, cioè una metafora idiomatica (La mia vita è uno straccio); l’ironia risiede nella possibilità di leggere letteralmente questo verso, perché straccio è nello stesso paradigma situazionale di pattumiera. Ironia che diventa palese, quasi sfrontata, nel verso successivo: È evidente, il mio cuore ti accoglie come un cielo. Da una parte, l’insistenza sull’io confessionale – ma destrutturato perché sovraesposto, come in Frank O’ Hara – crea continuità; dall’altro, l’antipoetico È evidente, con la sua modalità epistemica a metà tra didatticismo e rimprovero, cozza con un esposto poetismo, la similitudine della vita che accoglie come un cielo. Con questa mossa, il poetese è invalidato ma così anche l’appoggio pseudo-scientifico all’empirismo dell’evidenza, ulteriormente svalutata (come
molte altre cose) dalla sua ripetizione ossessiva nel corso del testo.

Come nella Pop Art, l’appeal popolare (cuore, vita, cielo) è sorretto da una fine ironia e autoconsapevolezza avanguardistica. La svalutazione insita nella ripetizione, sul
piano strutturale, può forse essere accostata – pur con qualche mio timore di sovra-interpretazione – alla riproducibilità dell’opera d’arte di cui ha scritto Benjamin.
Il discorso corrosivo si impunta poi contro la mistica dell’accoglienza, contro – mi sembra – l’epigonismo esausto di una tradizione alta culminata in Heidegger e
Celan (io ti accolgo… perché sono vuoto). Il bello, però, è che nemmeno a quest’ironia postmoderna possiamo dare intero credito, perché – in questa poesia, ma anche in
molti punti del libro – c’è davvero un’inflessione umana, lacerti di testo che suonano autentici. L’esortazione Voi andate, avete sangue è uno di questi; e altri corrono comunque sul filo tra ironia e paradossale autenticità. Il primo movimento si conclude in un rimescolamento degli elementi (ritroviamo la pattumiera e il distributore) e in un finale in sordina, tipico di certa narrativa novecentesca: un finale che fa di tutto pur di non essere memorabile.

Il secondo movimento riprende, per via di elementi di coesione testuale, il primo: segnatamente, la sigaretta fumata a metà. L’io che parla davvero sembra svuotato, contraddittorio (Andate, ma poi Venitemi a prendere). Il finale, nel suo understatement, è eloquente: il coincidere di desiderio e realtà (Dal distributore dal quale mi aspetto che esca / una coca-cola) può avvenire, e allora, per quanto amara, l’eliminazione della sorpresa si contrappone comunque al nulla dell’angoscia beckettiana di prima (non esce nessuno) e così la ripetizione tautologica dell’uguale (l’immobilità che struttura tutta la poesia mediante il riuscitissimo gioco di ripetizioni e variazioni che chiunque può verificare da sé) è salvezza e condanna al tempo stesso.

Cosa ci salva da questo stallo, da questo eterno ritorno dell’uguale? forse la consapevolezza, amarissima, di pagare ogni piantina con una malattia, la consapevolezza che l’unico tratto quasi libero della poesia (non imprigionato dalle
ripetizioni) è il verso – con funzione di discontinuità – continuate a vendere piante lungo una porta a vetri, che sembra uscire dall’asfissia desolata e un po’ caricaturale della
scena: libero è il capitalismo, da intendersi non solo economicamente ma anche antropologicamente (vendete), prigioniero tutto il resto (le tasche vuote ben riflettono
l’avvenuta foga dell’acquisto, il pagare, anzi: il pagarla). Questo mi sembra il sunto, il nocciolo del testo – se poi verrò ammonito e contraddetto dallo stesso Carlucci per
questa mia appropriazione indebita, tanto meglio: se ci si accoglie, proprio vuoti non bisogna essere.

Replica e considerazioni dell’autore 

Caro Davide Castiglione, ho trovato poco fa per caso la tua lettura del mio testo “enespace10”. Ti ringrazio per l’attenzione (spassionata, i.e., appassionata). Ho trovato
molto piacevole la tua analisi, e in grandissima parte esatta e acuta. Mi ha illuminato su alcuni aspetti del mio testo e perciò te ne sono grato. Mi sono molto compiaciuto dei tuoi rilievi sulla funzione di certi espedienti lirici e, di contro, avanguardistici, come quando scrivi: “Con questa mossa, il poetese è invalidato ma così anche l’appoggio pseudo-scientifico all’empirismo dell’evidenza, ulteriormente svalutata (come molte altre cose) dalla sua ripetizione ossessiva nel corso del testo”, oppure: “Il bello, però, è che nemmeno a quest’ironia postmoderna […] possiamo dare intero credito”. Questo doppio
movimento – di liberazione da un doppio vincolo – è quanto di più bello io possa immaginare.

Per il resto, “un certo fauvismo aggressivo ed esibito” è forse il limite di quel libro, ma è (stato) un tratto inaggirabile del mio carattere in gioventù. Contiene però un elemento essenziale, quello pulsionale, che è meno transitorio e altrettanto centrale. L’aggressività che rilevi, insieme alla posizione dei problemi (esistenziali, etici, filosofici, etc.) in una dimensione pulsionale è probabilmente una caratteristica essenziale di quanto ho
scritto e scrivo. (Proprio oggi ho passato la mattinata a leggere il capitolo “Pulsioni e difese” di “Il secolo inquieto. La formazione della cultura borghese (18151914)” di Peter Gay!) Questo aspetto viene molto bene in luce nella tua lettura della chiusa della poesia: “Il finale, nel suo understatement, è eloquente: il coincidere di desiderio e realtà […] può avvenire, e allora, per quanto amara, l’eliminazione della sorpresa si contrappone comunque al nulla dell’angoscia beckettiana di prima (“non esce nessuno”) e così la ripetizione dell’uguale (l’immobilità che struttura tutta la poesia mediante il riuscitissimo gioco di ripetizioni e variazioni che chiunque può verificare da sé) è salvezza e condanna”. Capisco leggendoti che questa coincidenza di desiderio e realtà è la mia versione di ciò che si può chiamare una “tautologia estetica” – o una “estetica della tautologia” se vuoi – una forma che è presente in diversi altri poeti della mia età. Per esempio prendi questa chiusa di Valentino Ronchi (da: “La Casa di Ostiglia”, Canzoni di Bella Vita): “[…] A un piccolo market ho preso pane / e affettato e una lattina colorata. In
piazza all’ombra / ho mangiato e bevuto. Ecco, è tutto così, ecco è tutto qua”. Qui è in forma più ontologica o fenomenologica (e – almeno apparentemente – più pacificata) mentre nel mio testo è in forma più pulsionale e meno risolta (come tu scrivi: “è salvezza e condanna”). Ma probabilmente le due istanze sono commensurabili.

La tua conclusione (“libero è il capitalismo (“vendete”), prigioniero tutto il resto (“le tasche vuote” ben riflettono l’avvenuta foga dell’acquisto, il pagare, anzi: il pagarla)”)
mi ha stupito e a tutta prima non mi ha convinto, soprattutto per la sua dimensione esplicitamente politica, a me davvero estranea. Ma con un po’ di riflessione ho
potuto riconoscerle una certa esattezza. Ricordo che la poesia è stata composta su una panchina (rossa) all’uscita di un K-Mart in un centro commerciale in un paesino di
provincia degli Stati Uniti. Le tasche vuote erano per me un semplice correlativo oggettivo dell’io svuotato, ma effettivamente avevo appena fatto la spesa (e nella poesia
si parla delle “buste della spesa”). Cosicché le tasche vuote sono anche l’indice di un’azione compiuta: comprare, pagare. Dunque hai di fatto ragione, e tanto più in quanto accenni a una dimensione morale del pagare, seppure di sfuggita: “il pagare, anzi: il pagarla”. Preferisco leggere il “pagare” in questa prospettiva etica. Analogamente, non intendevo indicare il “capitalismo” come unica forma possibile di libertà, quanto contrapporre il fluire di una comunità viva (che ha “sangue” e “piante” da vendere) ma
indifferente (“continuate”) alla stasi di un individuo irretito in una meccanica di vacuità e vacua accoglienza perché non sa (ancora) bene cosa farsene della sua “consapevolezza”. Che questa comunità fosse una società capitalistica ha un che di accidentale, ma certo non trascurabile.

 

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Caro Davide aggiungo una glossa a quanto ti ho scritto ieri: “La tua conclusione (“libero è il capitalismo (“vendete”), prigioniero tutto il resto […] mi ha stupito e a tutta prima non mi ha convinto, soprattutto per la sua dimensione esplicitamente politica, a me davvero
estranea.” Non posso certo sostenere che una dimensione politica in senso lato sia assente da un libro che ha per titolo La Comunità Assoluta: intendevo dire che mi è
estranea (almeno in quel libro) ogni forma di esplicito schieramento politico o di predilezione per una forma economica rispetto a una qualunque altra. Che io fossi
immerso in una società decisamente capitalistica durante la stesura del libro è un dato oggettivo e non il frutto di una scelta, decisione, o predilezione.