Paola Tomasiello, “Anonimia”

(Questa analisi è già apparsa su Poesia 2.0, nell’ebook Poem Shot vol. 1. La ripropongo qui con alcune piccole modifiche e miglioramenti). 

Anonimia

Mia frontiera di volti in comunione,
che abbiano inizio gli scavi.
Presto ritroverò
aorta emaciata e occhi elisi.
Forse qualche rosa.
Sognando, a volte,
la fossa che mi sorprende.
Ché sui margini sociali
ancora non mi volto.
E annuso furia primordiale.
Venerata sodomia
di bestie inconsapevoli.
Non una sola lettera, segno, simbolo
a rivoltare questo bianco vuoto.
Limite cellulosico muto.
Dopo la sepoltura,
luce e terra solenni abbastanza.

Così me ne andrò
con bava artificiosa su labbra di graniglia
e il terrore di disturbare
sudicio sotto le unghie,
austera,
elio inerte.
Tra condotti di qualcuno
io, in acque conseguenti,
scoglio allusivo.

 
L’immaginata esperienza del proprio immediato dopo-morte è fissata lucidamente, come strumento conoscitivo e indagatore del Sé: una prefigurazione che ha precedenti illustri (penso alla bellissima Le sei del mattino di Vittorio Sereni, dove parla di una casa visitata dalla mia fresca morte; a Sereni rimandano anche la parola frontiera e il tono
cupo ma stoico del dettato). La presenza di una voce poetica, di un io che articola il
discorso e la rende presente, tangibile – a partire dall’allocuzione che apre il testo – ci accoglie, ma con responsabilità e senza morbosità, senza far leva su un’emotività spicciola ed esibita, limite maggiore di molte poesie cosiddette confessionali.
Non mi sembra, questa poesia, una di quelle che ci spiano guardandoci e riguardandoci gli ormoni, come ha scritto con arguzia (e con ragione) Leopoldo Attolico.

C’è un senso di calma ineluttabilità, una certezza che viene come liberazione (Presto ritroverò, a contraddire il concetto di perdita associato alla morte). Mi sembra indubbio che proprio l’articolazione della voce (più concretamente: la lettura a voce, suggerita dalla disposizione delle virgole, dei fine-verso, della struttura degli enunciati, spesso nominali ed ellittici) dia a questa poesia un’aria di incontestabile autenticità.
Ma c’è molto altro. Il tessuto semantico del testo è infatti più complesso di quanto faccia apparire questa dizione composta. Cerco di rintracciarne alcuni fili. Anzitutto, vedo una sorta di sottilissima e appuntita ironia (eppure smorzata da un senso di pathos, di vera
partecipazione) nell’uso dell’espressione in comunione: comunione nella morte, nella separazione. Da un lato un fattore antropologico, cioè la coesione sociale garantita
dalle cerimonie funebri; dall’altro però, in filigrana, la constatazione che questa comunione è una frontiera, qualcosa da raggiungere – evento impossibile, data la
morte immaginata ma accuratamente descritta – e al tempo stesso, qualcosa che frena.

Il secondo verso può essere ferocemente letterale, ma scavi è parola associata alla ricerca, a un’attività (lo scavo del poeta nella sua lingua: questa metafora di “poesia =
scavo” è abbastanza assestata, tanto da indurre il critico Brian McHale a parlare di una archaeo-poetry, poesia-archeologia). Ed ecco che la morte immaginata si fa occasione di azione, segnalata dai frequenti verbi d’azione in prima persona (ritroverò, annuso, me ne andrò), e l’anonimia dello scomparire (e del titolo) è contraddetta dalla drammatica messa al centro del soggetto, unico, vero – paradossale – superstite della scena. Si veda inoltre come le parole formino pattern semanticamente coerenti: da fossa (v. 7) si passa a margini (v. 8), con un transfert semantico (da senso letterale a senso metaforico corrente) garantito da una specie di rapporto meronimico (la fossa è caratterizzata da margini). La terra (della sepoltura) è poi replicata, nella seconda strofa, in terrore, non solo per l’inclusione anagrammatica, ma soprattutto perché gli attributi che lo descrivono (l’aggettivo sudicio e il sintagma preposizionale di luogo sotto le unghie) derivano entrambi da terra.

Un’altra potente risorsa di questo testo, infine, è nello scontro concreto-astratto, tipico di molta poesia espressionista e neo-ermetica (alla De Angelis, per intenderci) rilevabile in questa tensione tra terra e terrore, e più ancora in scoglio allusivo, metafora latamente ossimorica in posizione di rilievo (a chiusa del componimento); senza contare poi i collegamenti suggeriti dalle ricorrenze fonetiche, che collega a distanza aorta emaciataocchi elisi con austera, elio inerte, a creare un sottosistema in cui la morte (ora emersa in una serie di meronimie del corpo, connotate da una attenta scelta aggettivale) viene risarcita con una bellezza estetica che però non tradisce e non traveste la verità della constatazione.