Silvia Rosa – nota su tre poesie

(Questa nota è già stata pubblicata su Laboratorio in differita. I testi commentati sono qui riportati prima di ogni singola lettura e subito dopo l’introduzione. Riporto anche, come nell’ebook di cui sopra, la risposta dell’autrice alla nota, che credo contenga non poca saggezza.)

 

Tutte e tre le poesie, per cominciare, mi ispirano una forte autenticità, quella che deriva dal perseguire una fedeltà intesa come aderenza a se stessi, alla propria percezione di sé senza infingimenti. È una sorta di lirismo al femminile (credo che questa categoria esista quanto quella di una scrittura al maschile, e che entrambe vadano intese in senso descrittivo o neutrale), che ritrovo, pur nelle varie differenze stilistiche, in autrici come
Antonella Anedda, Cristina Alziati, Franca Mancinelli, Maria Borio e Veronica Fallini. È una sorta di tono sussurrato, contenuto ma naturale. E ovviamente parlo di lirismo perché c’è un io confessionale, debole anziché agonico, che ha la sua ragione d’essere in quanto bacino ricettivo e medium di riflessioni – un io che si mette al servizio di quel che dice, insomma, piuttosto che occupare la scena del suo stesso enunciato. L’omogeneità stilistica è notevole, e forse è un’altra spia di quella integrità (o aderenza, o fedeltà) che dicevo prima. La tua versificazione accompagna il lettore con dolci enjambment; nel loro variare di lunghezza i versi comunque rispettano una misura data dal respiro,
né seguono la metrica né sono informali. C’è una discrezione di fondo, uno smussare gli spigoli che mette in sordina la struttura privilegiando il contenuto. Ora vado a ogni singola poesia, perché mi sembra che questo scarto minimo e questa trasparenza che persegui sia un test eticamente ed esteticamente severo – espone più facilmente i testi
meno riusciti ma anche vela, quasi con pudore, quelli più riusciti.

Guarda

Guarda il panorama
dalla tua finestra con gli infissi
in legno profumato, tre punte in fila
di montagna equidistanti
ed un giardino in tinta ammaestrato
intorno a poche case delizia e disciplina
da manuale di buon gusto
che ti fanno tanta meraviglia, silenziose.

Guarda alle pareti rosso impero e
crema e tortora finemente decorate
le tele di una mostra che celebra
la guerra l’amore dio in croce la morte
scenografica di una vergine
in un cimitero di museo, l’ennesimo,
tutto lindo, quasi rarefatto, sterile.

Guarda il tuo corpo, ora,
sorvegliato a vista metà carne
da macello metà opera d’arte cesellata
da un’estetica santa religione, così
bene addobbato, un alberello
di Natale finto carico di doni

per gli invitati di una festa deserta,
un palo di scopa dritto contro il vuoto
con al centro una falla, un difetto imperdonabile
una specie di piccola culla vuota
della misura esatta, non un centimetro oltre,
di quel buco d’ombelico dove guardi
guardi guardi da quando ne hai memoria,
tutto quanto ti circonda e non ti riesce
di sfiorare, tutta questa vita la tua
esistenza come un chiodo da scacciare via.

 

Qui il tu è autoriferito, l’esortazione reiterata a se stessi crea il tono per una poesia di osservazione e meditazione. Nel solco di un classicismo velatamente didattico, ogni strofa forma parte di un trittico, in una sorta di montaggio concettuale e “dimostrativo” alla Fortini dove è il legno a fare da collante concettuale e figurativo. Dal legno profumato, addomesticato di una vita borghese e senza accadimenti di rilievo (prima
strofa) a quello sacrificale di Cristo mediato da un dipinto (e a sua volta, dallo sguardo dello spettatore, e quindi mediato due volte, perché altro non sembra di potersi dare nella vita d’oggi), mentre continua (forse questo sì, troppo esposto e insistito) il riferimento alla sterilità, pulizia, asetticità (decorate, lindo, sterile). La terza strofa opera in pieno lo svelamento che il Cristo raffigurato allude ma non può inverare, perché neutralizzato dal contesto. Qui il legno si declina nel palo di scopa che è il tuo corpo: magrezza e riferimento a proprietà anatomiche, ma anche la devalorizzazione del corpo femminile decisa dalla storia patriarcale. Qui la mia mente intertestuale va a Joanne of Arc di Leonard Cohen, dove appunto c’è il topos sacrificale della donna come legno pronta allo sposalizio con il fuoco. Prosegue nella terza strofa un impeto dimostrativo forse troppo scoperto, vale a dire i riferimenti lessicali che rinviano alle strofe precedenti (opera d’arte, religione…). Non si corre il rischio di forzatura, nel senso che la voce riesce autentica; e però sì che si rischia di annoiare il lettore, svelando subito e più
del dovuto l’impalcatura concettuale che sorregge il testo. Credo sia molto efficace l’accumulo elencativo e la sintassi uniperiodale (che odorano di perdita di controllo, disperazione pur nelle maglie tradizionali del verso) che porta alla fine, quella triplice iterazione guardi (ancora un riferimento alla inazione) e trovo opportunissimo il riferimento al chiodo, che da un lato è allusione fallica, e quindi si oppone all’accoglienza potenziale ma negata del femminile (falla, culla vuota), e dall’altro si ricollega al tema cristologico. La tua posizione sembra in bilico tra voglia di ridursi (che può essere positiva, come in Un piccolo bottone rosso) e voglia di azzerarsi o distruggersi (scacciare via la vita, l’esistenza). Spero (ma non ci credo) che questa attitudine appartenga a un io fittizio – credo (ma non ci spero) sia più vicina a quel nichilismo diretto contro se stessi tipico dell’ultimo Sereni.

 

Un piccolo bottone rosso

Se questa rabbia fosse tutta
un piccolo bottone rosso:
potessi prenderlo tra le dita tirare forte
sentire il filo di cotone che scivola via
come erba secca, potessi sostenere
tutto nello sguardo il vuoto che sprofonda
fino al cuore dall’asola scoperta
e con le dita piano cercare un battito
uno solamente, sentire che la fine
si allenta come una camicia aperta
cade a terra e di colpo io non ho più freddo,
potessi cadere a terra anch’io – erba cotone
filo stretto – gli occhi due bottoni appesi
a ciò che resta, potessi prenderli tra le dita
e dirti indossali, e adesso guardami con quelli,
nuda come non mi hai mai vista.
Oggettivare, ridurre l’informe in un emblema che di nuovo mi richiama alla femminilità (la cucitura, la tessitura, e come non pensare ai Tender Buttons di Getrude Stein?), affidarsi a esso come a una cura o una catarsi. C’è una modalità desiderativa insistita tramite il congiuntivo (potessi), finché il desiderio (destinato a non realizzarsi) si fa
finzione completa (vera non nei confronti della realtà empirica, ma della propria percezione), e si passa all’indicativo in quella bellissima immagine della fine che si allenta come una camicia aperta (qui il cortocircuito memoriale attiva De Angeles:
sotto la camicetta c’era un vuoto di secoli). C’è una cercata de-antropologizzazione per cui ci si vorrebbe ridurre a entità elementari. Apro una piccola digressione personale, perché supporta un punto più ampio: in un mio testo avviene qualcosa di simile, ma con la cruciale differenza che, nella mia scrittura maschile, equiparo l’immediato a fiore,
tocco, levità, senza volere essere io stesso queste qualità – io rimango aristotelico nella distinzione di oggetto e soggetto, tu no (dominio contro fusione). Il tu finale, stavolta, non è autodiretto, è un tu maschile che viene sfidato, come mi sembra avvenga non di rado nella scrittura femminile (in quella maschile, il tu femminile o giudica e destabilizza, o è un porto convenientemente lontano e inattingibile. Non mi sembra mai un tu sfidato dall’io maschile). Forse anche qui la mia sola perplessità è che il centro tematico è troppo
forte, la poesia vi gravita attorno senza prendere mai tangenti, con il rischio che la dimostrazione prevalga sull’esplorazione, il piano iniziale sugli sbandamenti della scrittura.

Ritorno

Questo correre, come da bambina,
per scappare alle ombre – alla mia,
che mi segue appena –: gli alberi qui
sono presenze ordinate in fila soldatini
fischi silenziosi che arrivano dritti al cielo
e parlano ai corvi che vanno e vengono,
cinquecento passi insieme a tutte le foglie
morte del viale, la casa gialla al fondo,
due cani che fissano quell’ombra dietro
alla mia schiena, ed io che vedo di lontano
solo il ritorno, in direzione opposta,
dall’altra parte della strada.

Questo testo mi sembra, pur in continuità con gli altri due, il più debole, forse perché rinuncia all’allegoria del primo o alla metafora continuata del secondo, e si affida invece più a una scena empirica (ma resa simbolica dal basso gradiente descrittivo, un Sironi o De Chirico) il cui senso risiede nel voler preannunciare un’epifania che però non si realizza, rimane sospesa, con il non detto che forse genera inconcludenza più che mistero e presagio (o forse questa lettura deriva dalla mia preferenza per i contrasti netti sui chiaroscuri). C’è il ricorso ai deittici di prossimità (questo correre, gli alberi qui) come marca testimoniale e di vicinanza, c’è un più scoperto riferimento autobiografico (come da bambina, per scappare alle ombre). Qui la negazione di se stessi avviene per opera dell’ombra sdoppiante, dei cani-guardiani che la guardano, e mediante il riferimento velatissimo alla morte. Infatti l’altra parte della strada mi rimanda all’altra sponda della morte, e alla morte richiamano ovviamente anche le foglie morte del viale (anime come foglie morte, altro topos), e perfino il giallo della casa, ammalata ugualmente dell’autunno circostante. Una nota finale, di nuovo intertestuale: lo scenario simbolico di questa poesia mi richiama alla mente anche una canzone di Ivano Fossati, La volpe: che sarà quell’ombra in fondo al viale di casa mia? Sarà il cane che
ritorna ma il cane non è.

 

Considerazioni dell’autrice 

Caro Davide,

ti ringrazio moltissimo per avermi scritto, per l’attenzione e la cura che hai dedicato ai miei testi. E non preoccuparti assolutamente per il tempo che è trascorso prima che potessi rispondermi: non hai tradito la mia fiducia, anzi, hai mantenuto fede all’impegno che avevi preso e questo, sai, non capita così spesso (ho inviato a diversi critici il mio libro, ma pochi mi hanno dato un riscontro, pur avendo risposto in prima battuta che lo avrebbero fatto, così ho pensato a un certo punto che forse è un modo cortese per far capire che il libro non è considerato un buon lavoro, questo di ignorarlo, dico, nonostante la dichiarazione iniziale di occuparsene). Mi rendo conto che ognuna e ognuno di noi è impegnato su molti fronti e che non sempre c’è spazio ed energia per tutto. Per questo ti sono grata, per aver trovato un angolino della tua esistenza da dedicarmi.

Penso che chi scrive debba sempre provare molta gratitudine nei confronti di chi legge, perché alla fine senza lo sguardo del lettore che cosa sarebbero tutte quelle parole messe in fila sul foglio, se non lettere morte? Solo lo sguardo dell’Altro, da una nuova angolatura, può far rivivere le parole fissate sulla carta, perché porta con sé un mondo intero, il proprio, con cui interpretarle e rinverdirle di nuovi significati. Credo che chi scrive abbia poi bisogno di un riscontro, sì, è necessario per rendersi conto dei punti di forza ma soprattutto delle fragilità di cui la propria scrittura è impastata, eppure leggo tante recensioni di libri che sono piuttosto delle gradevoli descrizioni, e nulla dicono delle zone d’ombra, dei limiti da cui questi libri sono attraversati. Io penso che sia molto negativo, e lo penso proprio come persona che si dedica alla scrittura, cercando di migliorare, di imparare a dire a dirsi nel modo più autentico e preciso e onesto possibile. Ti sono grata anche per questo, per avermi indicato chiaramente quelli che sono gli
aspetti secondo te meno riusciti nei testi che hai preso in esame. Mi è già capitato in passato che qualcuno lo facesse, e mi è stato molto d’aiuto.

Sono dell’idea che ci siano alcuni aspetti della propria scrittura che non sono modificabili razionalmente, perché riflettono il percorso di maturazione interiore e hanno radici nell’inconscio, ma poi ci sono invece i tratti più formali sui quali si
può lavorare, eccome. Di solito io intervengo su questi ultimi quando ricevo da persone diverse lo stesso tipo di osservazione, e mi è capito nel tempo di abbandonare diverse modalità espressive, perché mi sono resa conto che erano frutto del desiderio di perfezione stilistica e formale, di una ricerca del bello sterile, di un tentativo di piegare la parola per renderla docile e aderente a un modello di scrittura che non sempre era autentico, non era la mia voce.  Sì, hai ragione, la ricerca di autenticità è il fulcro
della mia scrittura. E hai ragione su molti altri aspetti che hai rilevato, in positivo e in negativo. Penso che la tua analisi sia una delle più sensibili e delle più lucide che abbia ricevuto in questi anni. Alcune scelte sono irrazionali, quando scrivo, quindi non so bene come evitare certe derive che mi hai indicato, come dicevo è più facile provare a
controllare la forma che non il contenuto, almeno per me, ma spero che in futuro riuscirò a lavorare su entrambi e a essere più essenziale, ecco, questo è quello che desidero, ma ti confesso che molto di frequente sento forte la seduzione della forma
esteticamente piacevole, nel dire, un dire spesso troppo ingombrante, nell’(ab)uso di un linguaggio che ha forse qualche inclinazione barocca, mio malgrado. Però questa scrittura mi assomiglia, perciò credo che la trasformazione debba prima avvenire nella mia esistenza e in me, per poi incarnarsi in ciò che scrivo. (Scusami se non aggiungo altro sui testi che hai analizzato, ma credo che l’autore debba restare in silenzio, dopo aver scritto, e lasciare che chi legge possa esprimere il proprio punto di vista senza che ne segua una sentenza di fedeltà o meno a quanto si desiderava dire. Sappi comunque che la tua lettura è molto congruente con quanto volevo esprimere, e qua e là mi ha fatto riflettere, non ero del tutto consapevole di alcune cose, in verità). Volevo sapere se questa tua nota di lettura può essere resa pubblica, o se invece è una lettera, qualcosa che hai scritto perché la leggessi solo io. In ogni caso la conserverò così, come una lettera,
di quelle che negli anni si vanno rileggendo scoprendo di capire sempre qualcosa in più, qualcosa che prima era sfuggito. Andrò a leggermi anche alcune autrici (e alcuni testi) che hai citato, che al momento ancora non conosco, per esempio non ho mai letto nulla della Borio e della Fallini (Anedda e Alziati le conosco bene, invece, e le amo
molto).