Octavio Paz – “La calle”, da Libertad bajo palabra (1960)

La calle

 

Es una calle larga y silenciosa.
Ando en tinieblas y tropiezo y caigo
y me levanto y piso con pies ciegos
las piedras mudas y las hojas secas
y alguien detrás de mí también las pisa:
si me detengo, se detiene;
si corro, corre. Vuelvo al rostro: nadie.
Todo está oscuro y sin salida,
y doy vueltas y vueltas en equinas
que dan siempre a la calle
donde nadie me espera ni me sigue,
donde yo sigo a un hombre que tropieza
y se levanta y dice al verme: nadie.

 

La strada

Una strada lunga, e silenziosa.
Vado per tenebre e inciampo e cado
e mi alzo e calpesto con piedi ciechi
le pietre mute, le foglie secche,
uno pure dietro me le calpesta:
si ferma, se mi fermo;
se corro, corre. Torno al viso: nessuno.
Ogni cosa è buia e senza uscita,
giro e giro per angoli
che dànno sempre sulla strada
dove nessuno mi attende né segue,
dove seguo un uomo che inciampa e che
si alza e nel vedermi dice: nessuno.

(trad. mia)

 

 

 

 

La calle è una poesia sul rifrarsi e sdoppiarsi dell’io – un tema con infinite ricorrenze in letteratura, ma che sembra particolarmente rilevante nella letteratura ispanoamericana del ‘900: si pensi solo agli specchi in Borges, o anche al titolo della monografia L’identità e la maschera di Rosalba Campra, incentrata sulla letteratura ispanofona. Questo sdoppiarsi ha spie linguistiche con funzione iconica: la ripetizione perfetta di nadie, in posizione forte perché ripetuto due volte in fine verso e a fine frase, quella di vueltas y vueltas che in spagnolo ha funzione di intensificazione e ripetizione, e nei polittoti detengo-detiene e corro-corre e, più distanziati, tropiezo-tropieza, piso-pisa, sigo-sigue, levanto-levanta. A queste si può poi aggiungere il campo semantico del buio, con valore tanto referenziale quanto allegorico: tinieblas –está oscuro. Se non si riesce ad apprezzare questa rete di richiami, allora il testo rischia di sembrare – proprio per la sua grande leggibilità e accessibilità – pericolosamente piatto.

È proprio questa rete invece a legare – anche sul piano esistenziale  – l’io poetico e il suo misterioso alter-ego, dato che la maggior parte di queste ripetizioni è attribuita a entrambi. Grazie a questa astuzia retorica il pronome indefinito alguien diventa coreferenziale al soggetto stesso, che ne assume il portato di indeterminatezza, di inconoscibilità che spesso attribuiamo ad altri. L’io poetico – semplice osservatore di sé e dei simbolici paraggi in cui s’aggira – non può non richiamare il personaggio Dante in incipit alla Commedia: l’oscurità e il tema di un cammino accidentato e oscuro sono punti d’ancoraggio certi. Altra eco illustre, il Nessuno stratagemma e alter-ego di Ulisse. Per questa via, anche ciegos si può riallacciare a Polifemo accecato: la mancanza dei sensi è tale che essa si espande, semioticamente, alle pietre mute che seguono subito dopo.

La ripresa dei grandi classici è senz’altro una costante modernista, piegata tuttavia a un’esigenza e sentire moderni: non la fiducia nell’agire umano come in Omero né nella finitezza umana come trionfo della trascendenza, come in Dante. Questi echi restano come rovine nel testo, potenziali di rinnovamento qui svuotati di ogni significanza che non sia parassitaria di quei modelli. Non c’è progressione o sviluppo (quindi la componente simbolica del titolo va intesa in senso antifrastico), piuttosto un brancolare circolare, dove il ritorno non è quello di Ulisse a Itaca, né quello romantico di un’accresciuta percezione del reale dopo una parentesi trascendentale. Il carattere spoglio del lessico – che altrove in Paz è esuberante e immaginifico, meno discorsivo – riflette questa condizione di deprivazione: le azioni effettuate dal soggetto poetico sono semplici verbi di movimento, senza un io lirico pensante, quasi meccanici – un po’ come gli uomini vuoti e impagliati di Eliot, che appoggiano l’uno la testa sull’altro. Solo che qui è l’io, non un noi collettivo, ad assumersi l’onere del vuoto.

L’incapacità postulata di formulare un contenuto di verità – una proposizione semanticamente e simbolicamente densa, che rimanga in chi legge e sia affidata al locutore – genera una forma narrativa ridotta all’osso, che vira verso l’allegoria ma senza svilupparla o esplicitarla – altrimenti ne verrebbe meno la stessa funzionale genericità del detto. Un’allegoria monca insomma, di contro all’allegoria piena come narrazione dal contenuto implicito ma teleologicamente orientato, come in Anecdote of the Jar di Stevens o In memoria III di Fortini. Certo, il nucleo concettuale di questa La calle è lo smarrimento del soggetto, la sua impossibilità o incapacità di conoscere se stesso e dunque, per estensione, gli altri. L’allegoria piena e significante, benché obliqua, degli altri due testi poetici or ora citati lascia lo spazio alla soluzione debole che incrina l’allegoria con il sospetto che il tutto si riduca a una semplice annotazione autobiografica – un perfetto esempio di ricerca del senso proprio quando esso sembra venir meno, o anche e più sinistramente il contrario: una rinuncia al senso proprio quando esso è tanto vicino da poterci sfiorare come un alter-ego.