Giulia Martini – Coppie minime (Internopoesia 2018). Botta&risposta con l’autrice.

[Circa tre settimane fa, La Balena Bianca ha pubblicato – per la rubrica botta&risposta – un nuovo scambio fra me e Giulia Martini, giovane poetessa toscana gia’ affermata con il suo libro Coppie minime. Buona (ri)lettura!]

 

Cara Giulia,

eccomi a lasciarti alcune impressioni su Coppie minime, come promesso. Una premessa: come sai, non avrei “scommesso” sul libro acquistandone una copia se non fossi stato a mio modo precedentemente colpito da alcune tue poesie che circolavano su facebook. Era, mi sembra, l’aprile 2018. Per una delle poche volte vedevo non solo un talento vivace, ma anche una certa baldanza nel perseguire un modus, per così dire, minoritario in Italia: il recupero della tradizione letteraria (trobadorica perfino) e metrica fino a un manierismo spudoratamente virtuosista, ma al tempo stesso empatico/self-deprecating nei toni e nella postura dell’io; mi viene in mente Alfonso Maria Petrosino, per il quale Alessandro Ramberti ha parlato di «ironia postmoderna», ma la differenza più cospicua sta nel tuo uso spesso “conoscitivo” della paronomasia e nell’ossessione amorosa, una monotematicità ineludibile e perfino fondante. L’assenza dell’amata è sì un topos dei più centrali della tradizione, ma il topos stesso, credo, si limita a codificare una pulsione profonda, ovvero della scrittura come sostituzione, derridaneamente come negativo della presenza (del resto la lingua umana si distingue dalla comunicazione animale anche per l’aspetto del displacement, la possibilità di scavalcare il qui e l’ora, pescando quindi nel possibile, nel nostalgico e nell’anticipazione).

Il seme (da intendersi semioticamente) della mancanza è già in quel “deserto” (dall’etimologia di “deserere”, abbandonare) che titola la prima sezione, Deserto per modo di dire, dove con intelligenza la solennità della parola si stempera nella locuzione “per modo di dire”; ma anche, più sottilmente, si stabilisce una connessione (che per me è il vero nodo del libro, sua forza e suo intrinseco limite) fra bulimia lessicale e vuoto referenziale: nessuno dei due sembrerebbe sopravvivere senza l’altra. Non solo il deserto è traslato in quanto linguistico, ma è possibile ipotizzare una funzione causativa della preposizione e intendere: “deserto causato dalla lingua, dal dire”. Forse mi sono lasciato prendere la mano dalla sovrainterpretazione, che qui tuttavia non sembra troppo peregrina. Il trauma, forse, è proprio nella inconciliabilità e irrinunciabilità dei due amori: l’amata-dedicataria Marta e l’edificio verbale di cui è causa e con cui è forse in competizione (il poeta ha sempre una relazione a tre – dove la poesia stessa diventa l’elemento rivale). Non a caso, il seme di Marta è quello della pienezza, dell’abbondanza («fiocchi moltiplichi accorri riempi», p. 16, con eco forse delle serie verbali di una Valduga). Pienezza e abbondanza che irridono il vuoto delle parole, il loro rincorrersi in suoni senza voler creare un mondo che non sia puramente verbale: come a voler rimediare surrettiziamente un horror vacui davvero esistenziale o quantomeno consustanziale alla situazione in cui l’io si trova. Saprai che – per sensibilità e ricerca personale – prediligo una poesia estroversa e che cerchi aderenza col mondo piuttosto che separazione da esso (per semplificare al massimo: Dante più che Petrarca), e pertanto non sento questa tua ricerca intimamente vicina. Al tempo stesso, non mi sognerei di negarne l’autenticità, la necessità che la muove.

Quindi la mia critica principale è questa: al di là della fascinosa maglia metrico-fonica-lessicale dei testi, che invitano a una lettura sensoriale, fino a che punto il lettore che non si riconosce in questa ossessione può partecipare i testi, cavarne conoscenza? Faccio un esempio concreto: per me quelli più riusciti (dove per “riuscita” intendo una specie di insostituibilità oggettiva, che trascenda l’indulgenza affettiva dell’io) stanno nei paraggi dell’epigramma sobrio. Per esempio la poesia a p. 32:

La traccia del poema
modulata su un suono
mi sembra la tua faccia.

Appare la facciata
del Duomo in piazza Duomo
come un grande problema.

Questa poesia, benché riprenda i semi costituitivi del libro (poema-suono-amata), assurge a una specie di severità statica, enigmatica, dechirichiana che può essere immediatamente partecipata nella sua trascendenza (una trascendenza che è quella della percezione dello spaesamento piuttosto che dell’elevazione dei pensieri rivolti alla lei). La stessa sobrietà dissimulata conferisce una memorabilità partecipabile anche alla piccola ma efficacissima poesia a p. 31 («Io rime, tu rimedi. || Tu vai verso quello che credi | io verso quello che rimane»; o anche quella a p. 105). Notevole, anche se più a rischio “ammiccamento”, il distico a p. 89 che cita Battiato («Ormai sei come la dinastia dei Ming. | Potessi almeno rivederti in streaming»). Qui l’omoteleuto stabilisce una rispondenza fra antico e contemporaneo (e gli antichi popoli ricorrono altrove in Coppie minime) e, sul piano concettuale, si attua una opposizione fra cancellazione e ripetizione (rivedere una persona in streaming è ripetizione, è una variante della scrittura che con il suo esorcismo rievoca, riesuma, mentre i Ming sono irripetibili). Ma, all’opposto, la poesia a p. 33 si “spegne” in quel calco sintattico dal francese, intuizione certamente interessante («sono già in treno di dimenticarti») ma di per sé insufficiente a riscattare un testo che mescola un po’ pericolosamente confessionalità e patetismo («ancora ti manco?»). Certo, l’ironia sta sempre là, ad alleggerire, ad allontanare la postura “tenorile” di cui parla Roberto R. Corsi a proposito di molta poesia nostrana (e mi ci metto dentro pure io). Al tempo stesso tuttavia mi chiedo fino a che punto questa stessa ironia non diventi (o possa diventare) una sorta di auto-assoluzione, una distanza (perché ironia e distanza sono irrimediabilmente legate) che si aggiunge alle armature retoriche. Inoltre, e per converso, le poesie più lunghe si approfittano dello spazio loro concesso per inscenare una più articolata/arzigogolata allocuzione con il “tu”, perdendo in incisività e senza costruire una realtà “terza” che faccia respirare il lettore, schiacciato fra il referente solo evocato di Marta e i giochi di prestigio dell’io che – come un pavone con la sua coda – si ingegna per colpirla, per non farla andare via.

Questa è la mia sfida/provocazione allora: siccome è impossibile tacciarti di sciatteria compositiva (un male invece assai diffuso in molta poesia contemporanea), la critica si sposta sul piano dell’inventio non puramente verbale, nella quota di mondo che riesce a entrare (o restare chiusa fuori) nei testi. Ecco, senza avere io la possibilità o le risorse o lo spazio di riportare le numerose belle intuizioni, o quei versi che “ti inchiodano” (e ce ne sono: gli inappellabili «mi alzo sola | nel festivale del mio macello», p. 88, per esempio), mi chiedo dove sia il centro di verità di molti testi, il loro essere altro che un sofisticato ricamo sull’ossessione, la variazione su un motivo. Affermazione, questa mia, che forse sembrerà ingenerosa, ma la risposta si dà forse in un inedito dove trovi una via d’uscita in un’articolazione meno autocentrica del discorso: penso al testo pubblicato da Demetrio Marra su «Inchiostro», dove il tertium, la triangolazione, è il dipinto di Caravaggio. Marta è ancora là, ma stancamente, non è più il motore del testo, si è quasi trasformata in un residuo:

Così ti accade quando trovi un suono
che resta un personaggio senza nome
in bilico tra Marta e Maddalena –

unito dalla traccia del poema
in quella sola, grande indecisione,
come le due convessità di un raggio.

Così il testo, anche grazie a una sobrietà maggiore del lessico, all’abbandono di quell’alessandrinismo che spesso appesantiva Coppie minime in effetti di intellettualismo a rilascio immediato, assurge a una bellezza più classica, partecipabile, meno desiderosa di segnalare la propria eccentricità.

Davide Castiglione, Vilnius, 22/09/18

Caro Davide,

eccomi finalmente a risponderti. Prima di tutto, grazie: non avevo mai ricevuto una critica così generosa, la terrò cara e presente.

Ho sempre sentito che alla mia raccolta mancava qualcosa ma solo la tua nota mi ha permesso di capire: Coppie minime non è un libro etico.

Quasi tre quarti se li prende la lingua (niente di male per come la vedo io, in un libro votato alla linguistica fin dal titolo stesso); la ricerca tecnico-sperimentativa è quindi funzionale al tema amoroso[1], nella declinazione trobadorica dell’amore di lontano, se non addirittura morto («È morta Marta. Vendo Panda blu»). Mi sembra, ora, che tutto il libro consista in un interfacciarsi tra la lingua e il tema, senza che tra questi ‘due litiganti’ goda un discorso etico.

È un punto debole? Senza dubbio – ma a cui sono molto grata perché mi permette di superare Coppie minime, di intravedere una via d’uscita rispetto a una dinamica versificatoria dove, proprio perché la trovo ben riuscita, potrei anche ‘lasciare lo zampino’, facilmente e poco felicemente.

E in effetti, senza che l’avessi ‘fatto apposta’ (ma tutti i riconoscimenti sono sempre post-evento), le cose che ho scritto in questi mesi sono via via più classiche, controllate: comincia ad affiorare un’esigenza escatologica («C’è sempre un treno che si sovrappone | a te che mi spieghi il senso degli alberi | con grande impiego di parole ossitone»), filosoficamente – e non più/solo linguisticamente – consolatoria («Mi consola del fatto che tu muoia | che un giorno hai rotto l’eterno ritorno | a Quarrata in provincia di Pistoia»), dove il tu entra o esce da geometrie luminose perché ha qualcosa da dire/svelare:

[…]
Ora gli incerti piedi, i passi tristi
inclinano nel cerchio di un lampione
come un amore dei provenzalisti;

ora ritorni, vinta nell’addio,
nel cono d’ombra – e da sopra il liquore
cominci a svelarmi il nome di Dio.

Però… Per quanto sia di base d’accordo con te, non posso esonerare Coppie minime da un «centro di verità». E lo vado a pescare non nel tu, che tu dici – giustamente – essere il «motore del testo», quanto nell’io, che mi pare abbia, rispetto alla tradizione da cui veniamo (correggimi se sbaglio) una quadratura inedita di se stesso: non si pone minimamente il problema della frantumazione, dell’inquietudine, del doppio (la sua integrità, la dà per scontata). Le citazioni non gli servono più per puntellare le sue rovine ma per, come dice Marta, per «fare questo», cioè ‘fare l’opera’.

A proposito di Marta, è splendido quando noti che è in competizione con l’edificio verbale di cui è causa: Marta è una figura pitica, al di fuori di questo edificio, e ne è riprova il fatto che a un certo punto si mette a fare la maestrina, a dire a chi scrive come deve farlo: «Diceva: – Non potrai mai fare questo | se prima non hai letto la Cavalli»; o ancora: «Lei lo sapeva che per fare questo | bisogna essere simpatici».

Infine, la raccolta si chiude riconoscendo una sorta di vincitore: «questo tuo stare senza mi conviene, | per dire bene che ti celi assai».

Adesso, da super timida che sono, ho paura di aver detto troppo. Torno a ringraziarti per questo confronto prezioso.

Giulia Martini, Firenze, 02/10/18