Maria Gurrado – nota e due poesie

(Questo articolo risale al lontano 2006 – fu pubblicato sul giornalino universitario “Caleidoscopio”, di Pavia, con il quale allora collaboravo. Ma le buone poesie, si sa, e forse anche la critica, non invecchiano tanto velocemente, e quindi… buona lettura)

 

La scrittura è un mistero con il quale Maria Gurrado convive ogni giorno: la paleografia, lo studio delle scritture manoscritte, l’ha infatti portata a Parigi, dove abita tuttora, a lavorare nelle biblioteche più importanti e a seguire corsi di perfezionamento.

Per chiari motivi geografici non abbiamo potuto incontrarci dal vivo, ma un continuo scambio di e-mail ci ha permesso di conoscerci un po’ meglio: tra le altre cose mi dice di essere affascinata dalla percezione del segno grafico, mi parla di “lettura sintetica”, cioè del fatto che noi non leggiamo i singoli caratteri, piuttosto riconosciamo sinteticamente le parole che già conosciamo.

Ma c’è almeno un altro aspetto della scrittura con cui convive Maria: il mistero dei suoi versi. Non è facile parlare di una poesia come la sua, tanto essa affonda le sue radici nell’irrazionale e sa scuotere punti imprecisati del nostro sentire con la sua potente essenzialità. C’è chi dibatte sul fare versi e costruisce una sua poetica – sia pure vissuta in profondo –, la difende, ne verifica tenuta e limiti; per Maria invece la poesia è “un qualcosa di magico, una forza che guida la mia mano mentre il cervello è staccato, una febbre che spinge per soli pochissimi minuti, una specie di trance”.

Ne nascono squarci, lacerazioni improvvise, con una innata commistione di immediatezza emotiva e di retroscena che ne amplificano la suggestione: la memoria (sia essa visiva, d’attimi, o rimandi all’infanzia, come nella poesia “La campana”, qui pubblicate) o la fitta di un dolore percepito che deforma gli oggetti e suggerisce un’incursione negli spazi dell’inconscio (“È terribile quando i muri s’evadono/una vertigine si spalanca quassù” o “Notte dove lo strappo/ha un contorno annerito/cauterizzato”).

La voce è spesso dura, con versi spezzati come a mimare uno strappo esistenziale dove parte rilevante ha il tema della morte, che emerge in apparizioni di figure care ed è comunque percepita più come consolazione che motivo d’angoscia; altre volte i toni si distendono in una pacata dolcezza ma il fascino di immagini enigmatiche, di un ermetismo istintivo, si conserva intatto (come nella brevissima “Verginità”: “E se non sapessi scrivere/dove andrebbero tutte le parole//come ieri nel campo dei miracoli/a spiare gli oleandri blu.”).

L’intimismo minuzioso di queste liriche non impedisce infine, in altre poesie, l’emergere di uno sguardo amaro su una realtà percepita da occhi distanti dai luoghi della tragedia (“Si sussurra a scuola/della disaffezione del popolo/per il re:/ma a Bagdad lo scoppio/ha coperto la voce/e si resta ignoranti.”).

Nelle due liriche che ho deciso di pubblicare, “La storia” e “La campana”, si possono rintracciare tematiche e tratti stilistici di cui vi ho parlato; e però credo sia meglio leggerle senza preamboli – ogni commento può influenzare la lettura, per questo, anche graficamente, il mio intervento è semplice cornice ai testi – come è successo a me, assecondando l’emozione, e in certi casi il trasalimento, che mi hanno invaso a ogni lettura.

Mi piacerebbe terminare riportando alcune parole, molto belle e significative, di Maria stessa: “Il mistero della scrittura è intatto. Mi chiedo come abbia fatto a farne il centro dei miei studi. La paleografia si cancella non appena spinge la poesia”.

 

La storia

I libri si scrivono piano,
il tempo della geografia del sangue
ha modo di cambiare, così.
Ti si può perdere,
e ritrovare,
e riperdere in casa.
Il tutto senza sapere
quanti secondi sono davvero passati
dall’ultima volta,
l’ultima promessa sbagliata
(o l’ultimo sogno messo ad asciugare).

 

La campana

È un nuovo lancio
nelle caselle di gesso
sull’asfalto
piene di piedini storpi.
(un segreto,
come le calze bucate,
la sera senza fiaba.
Se me ne racconti un’altra
ti amerò per sempre, si finge)
– non finisce mai la morte –
cantano
le labbra bianche
di mamma.