Gianluca D’Andrea, “Ecosistemi” (L’Arcolaio 2013)

(Questa nota di lettura è a tuttora inedita. Su D’Andrea ho scritto più estesamente e recentemente su In realtà, la poesia, a proposito della sua ultima raccolta Transito all’ombra. Ecosistemi è il libro precedente. Alcune considerazioni che faccio qui si possono ritrovare in forma più elaborata là. Poesie dal libro si possono leggere su Poetarum Silva. Qui invece il link al sito dell’autore. Buona lettura).

 

Devo premettere almeno un paio di cose. La prima è che non conosco le altre tue opere, Canzoniere e Chiusure, quindi non sono in grado di contestualizzare Ecosistemi all’interno più vasto della tua opera; la seconda, che più che altro è una curiosità, si riferisce al fatto che Ecosistemi contiene testi scritti già otto anni fa, e mi chiedo con quanto impatto stati revisionati e modificati mano a mano che la tua poetica evolveva (nelle “note” accenni ad aggiustamenti fino al 2013), oppure più radicalmente che statuto dobbiamo assegnare alle operazioni di recupero.

Mi spiego meglio: credo che ci siano due motivi validi ma divergenti per pubblicare testi risalenti a parecchi anni fa. Il primo è una volontà testamentaria, di percorso, e vede i testi anche come documenti di quel tempo, al di là del loro valore o posizione se comparati a quella che nel frattempo è diventata la fisionomia dell’autore che scrive nel 2014; il secondo è che ci si crede ancora, solo che quando furono scritti non li si sentiva ancora pronti, e quindi si è atteso molto tempo e molti rifacimenti prima di pubblicarli. Credo che il tuo caso sia il secondo.

A ogni modo – parlo per esperienza mia, qui – le volte che ho ritoccato e modificato testi appartenenti a una fase precedente della mia poetica, mi è sembrato di falsarli doppiamente. Da un lato, cercavo di adattarli al mio stile presente; dall’altro, però, rimanevano interamente radicati, come sguardo e postura, al periodo precedente, tanto è vero che solo due o tre volte mi sono spinto a riscrivere o modificare sostanzialmente i testi. E spesso mi capita di sentirmi dire che i testi erano meglio prima della mia revisione, o io stesso di scoprirmi più affezionato o convinto dalle prime stesure, dove è più difficile rintracciare l’intenzione.

Adesso posso venire a Ecosistemi, con questi interrogativi che però sono più generici e che quindi probabilmente hanno un riflesso diverso da poeta a poeta. Il mio giudizio estetico sull’opera è certamente positivo, perché l’artigianalità, la perizia, la cura dell’espressione e del ritmo sono fuori discussione. Sono anche contento di trovare nell’opera un espressionismo tra biologico e intellettuale (per es. “mani uguali a distruggere il disprezzo / scrivendo una violenza inaudita”) che è equidistante dalle effusioni liriche e dagli intimismi crepuscolari di tanta poesia contemporanea. Questa è una carta che usi consapevolmente e con efficacia, credo. Ci sono poi momenti del libro per me memorabili, come “più attenzione e rigore, /più amore per voi, / voi presenti come un calcio in faccia” o “c’è del tenacemente melanconico / nella mia era, nelle mie sere”.

Questi sono momenti disarmati e s’imprimono nella mente, coniugano densità e confessione. Mi sarebbe però piaciuto avvertirli più spesso nella lettura, dove invece (correggimi o contraddicimi se sbaglio) ho la sensazione di un distacco quasi da trattato poetico, dove l’io ragiona o enuncia ma sembra tenersi abbastanza lontano dalla situazione, quasi giudicante. Alcuni esempi: nella poesia Un desiderio di morte attraversa… ritmo e immagini sono molto evocativi e sostenuti, ma dal punto di vista comunicativo ho l’impressione di quell’assolutezza lirica che enuncia senza apparentemente soffrire la sua enunciazione. Dire gente neutra, bimbi rimpinzati (plurale generico, dizione decontestualizzata) senza averlo prima dimostrato mediante un contesto, mi dà quest’impressione “dall’alto” per cui non mi diventa chiaro il rapporto tra l’io che scrive e le immagini che produce. L’odio scatenato da uno schizzo rimane troppo generico, sembra avere più valore come immagine di per sé che in riferimento ai nostri tempi (certo, è indeterminata cosicché ‘schizzo’ può afferire al sangue o allo sperma, con implicazioni diverse; ma il gradiente astratto non permette questo ancorarsi). Lo stesso vale per il vuoto sbriciola minuzie estive (p. 13) e buona parte delle immagini che percorrono il libro.

Per riassumere: mi sembra che molte delle immagini siano generate ‘demiurgicamente’, solo in virtù della loro nominazione. Questo sicuramente si lega ai modelli poetici ‘alti’ di Zanzotto e Stevens (ma in Stevens trovo meno spinte centrifughe, forse perché anche i tempi erano diversi) e forse coincide con la tua poetica – e quindi non è affatto un difetto. Però quello che io cerco, da lettore, è proprio l’opposto, ovvero l’incarnarsi di una voce; e una voce, per incarnarsi, ha bisogno di dire ‘io’, di mettersi in gioco nella situazione del testo, di usare costrutti anche colloquiali, di segnalare insomma la propria posizione: ecco perché mi piace, per esempio, quando scrivi “ottengo un rigurgito di viscere / al centro della strada”. L’immaginazione è potente come lo sarebbe stata se avessi semplicemente elencato “un rigurgito di viscere / al centro della strada”; ma il fatto che tu ci sei, “ottieni” qualcosa, ti compromette in un modo diverso, più diretto. Per essere più chiaro, quando dico “giudicante” mi riferisco a versi come “Ho notato le marmaglie, / i pedanti” (p. 24, Il mio paese), che mi sembra un attacco generico e dall’alto.

Certo, l’io a volte è chiaro, come in Bave animali invertono i suoni: scrivi infatti oggi invento la mia lingua, tra l’altro. Il punto, qui, è che la sensibilità (che è lecita più che mai ma distante dal mio sentire) è quella di un novello Orfeo piuttosto che di un uomo psicologicamente connotato. Potrebbe esserci il rischio che il debito verso il padre (per rubare un’immagine all’amico comune Lorenzo Mari), ovvero Zanzotto (il connubio lingua-paesaggio) sia troppo esplicito, mentre invece è quando ti svincoli da questa ascendenza dichiarata che la voce si fa più tua (sentivo e talvolta ancora sento di avere problemi simili con certe strutture sintattiche sereniane, o certe posture gravi di stampo montaliano). La matericità e la risonanza della lingua a cui sai arrivare sono fuori discussione: ad esempio, in Immondizie (p. 25) l’ultima quartina è un tripudio di liquide e suoni aspri che davvero riescono a evocare lo sfaldamento organico e la difficoltà della visione. Però corno, mota e acre mi sembrano montaliani (sarà la comune componente espressionistica e vociana?) e di nuovo il testo si riduce a elencazione di frammenti senza che l’io enunciante metta in chiaro da che parte sta – il rischio è quello che osservare e minuziosamente descrivere il disfacimento di per sé possa avere una componente voyeuristica, o essere avvertita come tale da alcuni lettori.  Questa ambiguità, ad esempio, è in Cacazzi: da una parte dici “non è più tempo di poesia” (sull’onda di Adorno?), dall’altra però si è solo a metà libro e le poesie continuano. Cosa smentisce cosa?

Infine, un’ultima riserva è che qua e là l’impressione ‘didattica’ o ‘saggistica’ è molto forte. In Nell’ecosistema [sesso Hentai], che pure ha quei due versi formidabili, tutto viene reso esplicito e descrittivo (la violenza strabordante è detta piuttosto che mostrata cinematograficamente), e poi si chiamano in causa costrutti filosofici (Bordieu?) di feticcio o icona dell’oggetto e ipersoggetto. Chiaro, la poesia può tutto, è per antonomasia il luogo delle contaminazioni (e forse questo rientra nei tuoi programmi); però io mi pongo dalla parte del lettore che preferisce questi concetti arrivargli da descrizioni indirette piuttosto che da asserzioni inconfutabili. Ma tutto torna a quel punto: sembra che il soggetto poetico non sia “parte del male” (per metterla con Sereni) o implicato in quello che descrive; non è così, per esempio, in “impallidire da uomo perbene / e arrossire per tutta la mia specie” (p. 71), versi stupendi nella loro semplicità perché riguardano “te-in-altri”, cosicché chi enuncia corrisponde a chi subisce, e chi subisce sussume te e la specie intera.

Mi rendo conto che la maggior parte di questa “critica” è ideologica, ma credo di essere a un punto in cui la mia sensibilità di lettore risponde “a pelle” a quelli che percepisce come eticità, distacco motivato, distacco immotivato, e altre questioni del genere. Tutto quello che ho scritto, ovviamente, non muta di un grammo la stima per il critico e per il poeta (d’altronde, Fortini criticava Luzi e Zanzotto su coordinate simili!) ma spero possa aiutarci entrambi a riflettere sulle implicazioni dello scrivere.