Alessandra Cava – “oggi è un sole lungo…” da rsvp (Polimata, 2011)

(questa analisi testuale è già apparsa nell’ebook Poem Shot vol. 1 su Poesia 2.0)

oggi è un sole lungo, uno sguardo di notte bianca –
natura mi scosta, mi ignora: di sicuro la offende
il mio amore d’interni, di tubi, di tetti, di vetri all’incastro;
ma poco le basta, quel poco che afferra alle spalle
con passi d’altalena, quando sbaglia e prende aloni d’inferno,
quando pare artificio, un inganno, uno schermo
e m’attendo si spenga – processo d’infrazione del mondo, nulla
che raduna i suoi pezzi, così il mio seguire una parola
con altra in spazi di vuoto – ecco me allora, a chiedere di quale
tessuto è il ricordo, di quale s’intreccia, se è uguale, uguale
il colore – ecco allora l’immagine fatta di niente, ecco che arriva,
ecco, col suo bagaglio di niente – si sta a scrivere
allora, si sta in angolo stretto, si sta –

(Da rsvp, Polimata, 2011)

La poesia è quasi un unico momento sintattico, se si escludono i vv. 1-3 (constatazione in forma affermativa + micronarrazione di un rapporto tra natura e io poetico), la sintassi è paratattica, procede per addizioni spesso appositive, la versificazione lunga e la grande quantità di inarcature sottolineano questa prosodia ansiosa, che sembra crescere per poi implodere in un finale tanto marcato stilisticamente (l’suo del poliptoto, ovvero la ripetizione del verbo stare in diverse persone e dunque forme) quanto in sordina nel suo contenuto letterale, che si limita a ripetere un dato banale in forma impersonale e perciò collettiva (si sta a scrivere). È la banalità del dato enunciato che però racchiude un’intera poetica, quella del limite riconosciuto dolorosamente ma non accettato, che qui mi pare di intravedere: un carico di angoscia esistenziale anche sottolineato dal procedimento stilistico a cui ho prima accennato.

Perché inizio questa mia lettura dalle strutture (sintassi e verso, ritmo)? Perché ancora più dei motivi (lessico, temi) esse indicano un modo di porsi, perciò vi si rinuncia meno
volentieri che a un certo lessico (e da qui la compattezza stilistica della maggior parte delle raccolte oggi in circolazione). È alla forma di questa poesia per come l’ho sommariamente descritta che si lega infatti spesso l’interrogazione ansiosa e insoddisfatta; la quale, a livello enunciativo, è accentuata dalle innumerevoli ripetizioni,
tendenzialmente di parole singole e che qui mi sembrano più vicine all’uso che ne fa Sereni piuttosto che Rosselli: sono marcatori psicologici più che intere serie svuotate
dalla loro ripresa ossessiva, da ventriloquo.

Sul piano del contenuto, si profila una duplice opposizione: Io poetico vs. Natura, e Natura vs. Artificio. Del resto, come ha notato il critico strutturalista Riffaterre, la poesia è sempre attratta dalle opposizioni polari, e le declina come variazioni degli stessi ossessivi elementi-base. Vediamo il primo contrasto: anzitutto, l’Io poetico è quasi
sempre paziente, non agente semantico. Vale a dire che subisce l’azione anziché compierla (mi scosta, mi ignora). Quando diventa agente, rimane passivo (m’attendo, mio
seguire, ecco me allora), come una contingenza. All’opposto, la natura compie pressoché tutte le azioni elencate nella poesia, veicolate spesso da verbi ‘forti’, dinamici (scosta, offende, sbaglia, prende).

Quanto al secondo contrasto, la elencatio del verso 3 offre un piccolo campionario dell’artificiale inizialmente opposto alla natura (che infatti si offende). Eppure la
natura, quando sbaglia (viene in mente lo sbaglio di natura montaliano) può farsi o sembrare artificio, schermo e inganno (v. 6). In questo modo è come se il conflitto si
risolvesse in una identità tra natura e soggetto, poco importa se amorfa e disorganica (nulla / che raduna i suoi pezzi […] così il mio seguire). Notare, nel passaggio appena riportato, anche la sua ambiguità sintattica e semantica, a racchiudere una
contraddizione nello stesso enunciato: 1. Niente raduna i suoi pezzi o 2. Il nulla che raduna i suoi pezzi; la stessa catena sintagmatica nulla che è in De Angelis, nella poesia Nei polmoni: nulla che / fu soltanto materia. Così il nulla, tematizzato e replicato in immagine fatta di niente […] col suo bagaglio di niente (perifrasi per la poesia stessa?) porta alla scrittura, interpretata e vissuta come atto passivo (come dettatura: posizione orfica per eccellenza).

Elementi che concorrono a fare di Cava – in questa poesia, ma probabilmente anche nelle altre – una voce lirica e tragica, e dove però la posizione del soggetto è meno centrale che in Rosselli (dove l’io grammaticale è invece spesso nel focus dell’informazione) e, se posso osare, quanto detto sembra arrivare con meno sfida,
come umile ricognizione su di sé. Chissà in che modo si evolverà questa poetessa a me
coetanea: chissà se all’intensità ritmica e figurativa, a questa raffinata ma selvaggia autenticità si aggiungerà anche un allargamento prospettico dei temi, un maggiore e
polifonico intrecciarsi di verticalità-orizzontalità.