Maria Grazia Calandrone – nota ad alcune poesie

(Questa nota è stata pubblicata su Il giardino dei poeti, su invito di Cristina Bove, che ringrazio. Riporto subito dopo la nota le prime due poesie, le altre sono leggibili al link sopra indicato).

 

“Leggere la poesia di Maria Grazia Calandrone è esperienza conclusa e traducibile soltanto in se stessa”: comincio da queste parole di Michele Ortore, che condivido, per avvicinare questa poesia di picchi e di una quasi accecante bellezza. Con solo un aggiustamento di tiro, o meglio, un chiarimento a scanso di equivoci: “traducibile soltanto in se stessa” non va affatto inteso come caduta nella autoreferenzialità, ma come necessità di abitare questa poesia nell’atto di lettura (che qui più che mai è recitazione anche nel silenzio) e al tempo stesso abdicare ai filtri difensivi, agli schemi convenzionali che ci regolano normalmente. Come? rinunciando con coraggio alla distinzione oggetto-soggetto, che sta a fondamento dell’attitudine ironica e anti-empatica del postmoderno, come giustamente indica Ortore. In questa sua vera e propria vocazione, la poesia di Maria Grazia Calandrone spinge fortissimo il pedale sull’identificazione con il tutto fino all’annullamento (ma glorioso, magnifico) di sé. Questo avviene tramite la messa in scena di un io non-specifico, una sorta di “io-collettivo-potenziale” la cui volontà di potenza è, paradossalmente, al servizio di una rinuncia, di un’accettazione attiva delle leggi che ci trascendono.

Questa postura è illustrata assai bene, nelle sue diverse declinazioni, dalle quattro poesie che l’autrice ci propone. Prendiamo la prima: anzitutto, l’io è identificato col corpo mediante parallelismo formale (“questo corpo […] sarà aria, presto io sarò aria”; corsivi miei); entrambe le componenti, non più platonicamente scisse, volgono all’annullamento nell’identificarsi con l’elemento archetipico più immateriale, l’aria. Subito dopo, però, una sequenza metamorfica di trasformazioni ci porta ad elementi – resi assoluti mediante l’uso dell’articolo determinativo – di spiccata materialità: “il balestriere”, “ il corpo secco”, “il rubino”. La sottomissione assume caratteri cosmici: “sarò quasi già un pugno di sabbia, ma piegato / sotto il suono d’oboe della rotazione dei pianeti”.

La stessa aspirazione, ora nell’ordine di un imperfetto mitico, è nella seconda poesia: “mi rendeva / invisibile” e “di me / si vedeva soltanto il tuo nome” sono due luoghi testuali che testimoniano la stessa spinta alla trascendenza. Più il corpo è centrale – e lo è senza dubbio nella poesia di Calandrone, come già notato da altri – meno esso sembra appartenere all’ordine dei fenomeni sensibili. È un corpo che parla, che conosce: nelle sue parti, elencate facendo leva su un lessico anatomico (“clavicole”, “finimenti muscolari”…) inizia un discorso, si dichiara con parole da amante all’io che rispettosamente lo ascolta: “ti ho aspettato per tutta la vita / ho visto la tua vita / nei miei sogni”.

La stessa inflessione di voce, lo stesso impianto discorsivo (né dialogo né monologo, ma pura allocuzione senza risposta esplicita da parte dell’interlocutore) è alla base del terzo brano – due estratti da un poemetto più ampio – dove i soggetti non sono più l’io e il corpo, bensì Maria e l’angelo. Anche qui è possibile rinvenire questo desiderio di potenza declinato all’invisibile o all’inattuale: “Io volevo / diventare il passato come quella inservibile oscurità sul lago / artificiale”. In questa disarmante e luminosa confessione, “passato” e “inservibile” li leggo come segni di resistenza alle manipolazioni interessate del presente. Il secondo estratto – oltre a fornire un vasto campionario di lessico anatomico (già discusso da Ortore) – adotta il modo della preghiera o dell’esortazione, fino alla conversione a un futuro di cui si ha non fiducia, ma proprio certezza: “Starai / come una differenza, una addizione / di splendore nel mio torrente circolatorio”. Questo senso del futuro – un futuro totalmente estraneo alla progressione diacronica della Storia – si invera, come nella prima poesia qui analizzata, nell’adesione incondizionata a un destino sentito come inevitabile e benvenuto. C’è una positività, una carica vitale assolutamente distante dalla maggior parte della poesia italiana di oggi, perché diverse sono le premesse del fare poetico di Calandrone.

Numerose, e strettamente collegate a questo glorioso annullamento, sono le immagini che segnalano un senso di verticalità: il “cielo” e il “volo” nella prima poesia, la “bandiera che saliva dal petto” e ancora il “cielo” (in posizione forte di explicit) nella seconda, il nome che “innalzava una colonna” e la “scala delle vertebre” nella terza, “voli” e “l’altissimo” nella quarta poesia, che merita però qualche considerazione a sé stante.

C’è infatti, in quest’ultima poesia – pur nell’inconfondibilità dell’impronta stilistica dell’autrice – un tono più piano, più equilibrato anche sul versante ritmico e lessicale (nella prima strofa soprattutto), finalmente rappacificato. Paradossalmente rappacificato, oserei dire, se alla tragedia dell’11 settembre rimandano il titolo “Opera 9/11” e altri meno diretti ma non oscuri riferimenti testuali (i volti che si formano nel fumo, il mattino, le coppe di effimero argento che sono le Torri, gli eserciti, gli innocenti, i nemici, il sacrificio, il corpo sull’altare dell’aria che è l’aereo, la cui presenza è corroborata dal riferimento alle cabine). Questo è terreno arduo, pieno di insidie: posso tutt’al più permettermi qualche congettura, magari distante sia dalle intenzioni dell’autrice sia dall’effetto che qui i suoi versi scaturiscono. Mi sento portato a pensare che certi temi in poesia sono possibili – benché sempre ad altissimo rischio etico – solo adottando una prospettiva straniata e straniante, che riconoscendo un enorme dolore voglia, nonostante tutto, offrirci una qualche forma di riscatto estetico, nonostante l’ammonizione di Adorno dopo Auschwitz. Nel caso della Szymborska, quando scrisse la sua poesia sull’11 settembre, il flebile riscatto era quello di non concludere la poesia (salvare il momento prima dell’impatto); qui sembra invece che a parlare sia una delle tante vittime della tragedia, che già parla dalla morte – da qui, forse, la sua serenità straniante, la catarsi che sembra donare saggezza.

Qualche nota conclusiva, come ormai mio solito, la dedico alla lingua e alla versificazione usate, alla luce di tutto quanto detto fin qui. Oltre al lessico anatomico cui ho già accennato, è importante sottolineare le increspature cromatiche (soprattutto in “da Maria, Passione”: “oscurità”, “lago solare”, “il chiaro”, “verdemente”, “biancospini”; ma anche, nell’ultima poesia, “piene di luce”, “voli chiari”, “effimero argento”, “pagliuzza”, “lampadine”), ma anche la presenza di un lessico “assoluto”, sbilanciato sugli estremi: aggettivi e sostantivi dalla connotazione superlativa (“splendore”, “immane”, “clamorosa”), parole denotanti realtà basilari (“vita”, “morte”, “sogni”, “aria”, “corpo”) cui fanno da contrappeso certi accorgimenti semantici e/o ritmico-sintattici che invitano a una doppia lettura: per esempio il “dolore superficiale”, leggibile come “dolore di superficie” per l’accostamento alla spada, quindi a un epifenomeno; o anche la “piena / luna” che, con inversione di aggettivo e sostantivo conferisce dignità di sostantivo al primo (“piena” come nel sintagma “piena di fiume”: accezione incoraggiata dalla presenza del participio “agitati”), almeno fin quando il verso successivo ristabilisce il senso, senza eliminarne però il detrito emotivo portato dall’ambiguità di quel “piena” in fine verso.

La versificazione, infine, è qui più che mai eloquente: essa infatti accompagna e anzi rinforza l’esuberanza linguistica e immaginifica di questa poesia, prediligendo enjambements “carichi” e libere giustapposizioni di misure brevi e misure lunghe, nella fedeltà a un ritmo inscindibile dalla sua materia, terrestre e celeste insieme: un ritmo di respiro incarnato, che già aveva trovato in William Carlos Williams e in Charles Olson (e poi nei poeti della Beat Generation che a questi due maestri si ispirarono) una fertile via per la liberazione delle potenzialità umane e  dalle gabbie costrittive della tradizione (rime, isometria dei versi, obbedienza a forme testuali codificate). Una via né più né meno nobile di altre che la poesia persegue: la grana della differenza la fa sempre la singola personalità poetica, e quella di Calandrone – giustamente riconosciuta e apprezzata in Italia e altrove – attesta verità, una sicurezza che non si fa mai sicumera, e inesausta ricerca.

 

da rosa dell’animale
 
se questo corpo è tutto traforato
dallo splendore della continenza sarà aria, presto io sarò aria
e sarò il balestriere che ormeggia
il cielo, il corpo secco come un trofeo di guerra
dopo l’ultima lotta, il rubino
addensato da tutte le mie colpe sulla fronte – un diadema
di colpa. non avrò più peccato, solo
armi. né corazza
né cavalcatura: sarò
nudo e porterò il dolore superficiale
di una spada
appoggiato sull’omero – sarò quasi già un pugno di sabbia, ma piegato
sotto il suono d’oboe della rotazione dei pianeti, sensibile
al cigolio della macchinazione
planetaria, deporrò i muscoli impiegati per il volo
come appendici – o solamente sogni
di appendici umane – nel vaso del tuo corpo, che è rimasto
fedele alla fiducia che questo mondo dove pesano solamente i fatti
sia fatto a somiglianza di un’astrazione

 

“Sulla bocca di tutti” (Crocetti, 2010)

LA CHIARA CIRCOSTANZA

La clamorosa dolcezza delle clavicole, la percussione cessata
dei finimenti muscolari, le valvole
che l’hanno finalmente abbandonata
sulla terra, l’angolo umile che fa la testa
per celare il sorriso
sulla cruda colonna del corpo
dice: ti ho aspettato per tutta la vita
ho visto la tua vita
nei miei sogni e tutta, notte
dopo notte, si risolveva nel perdono. In certe svolte
quando il cielo pieno di meraviglia coincideva
con la bolla degli alberi agitati dalla piena
luna, io mi svegliavo
per causa dei tuoi sogni
e portavo il tuo nome come una bandiera
che saliva dal petto e mi rendeva
invisibile: di me
si vedeva soltanto il tuo nome. Io sapevo
che avremmo dovuto terminare vicini
qualunque cosa nel frattempo fosse stata di noi. Adesso
eccomi, sono qui per finire
nella tua fine, per aspirare l’ultimo respiro
dalla tua bocca
e soffiarlo attraverso la bocca
che dopo te nessuno ha più baciato,
al cielo.