Alessandro Burbank – nota su tre poesie

(Questa nota fu pubblicata sul vecchio blog, ora inagibile. Nel ripubblicarla qui la si puo’ quindi considerare inedita. I testi sono riportati subito dopo l’analisi, che li discute tutti insieme anziche’ separatamente. Ho tagliato un paragrafo iniziale perche’ affronta un nodo teorico che deriva da uno scambio precedente con l’autore e che, decontestualizzato, rischia di confondere il lettore)

Veniamo ai tre testi che mi hai mandato. Anzitutto sono tra loro stilisticamente omogenei, nella loro attitudine discorsiva-digressiva, ironicamente finto-didattica, nel loro rifiuto di un centro e infatti nel disperdersi delle frasi principali in mezzo a un mare di incisi, precisazioni, frasi relative, postmodificazioni e quant’altro. Che è un aspetto stilistico della poesia che accoglie in sé, mimeticamente fino all’iperrealismo, lo stile orale, la parlata che scarta sempre di lato rispetto a un tema unificante (forse da un certo punto di vista potresti trovarti congeniale Charles Olson, in Italia mi viene in mente Sanguineti). C’è una spinta affabulatoria, un piacere (innamoramento?) “sensoriale” per la lingua che, non vorrei sbagliarmi, mi sembra tipico delle posizioni portate a sperimentalismo e performatività (Julian Zhara, ma anche Andrea Leonessa e Daniele Bellomi). Il flusso, anzi colata sintattica, è allegramente inceppato dagli incisi e rilanciato dal rigoglio di paronomasie, assonanze, figure di derivazione, polittoti e rime interne antimelodiche e spesso ossitone su parole grammaticali, e piccole a-sintatticità che potrebbero anche avere origine regionale (non so, l’eliminazione dell’articolo “prendeva anche volo”, o l’uso deviante della preposizione in “niente a temere”). E ovviamente c’è un gusto per la mescolanza inglobante dei registri, dal poetese lirico demodé (“avvampi oh viticcio di grazia”) a riferimenti pop (“bim bum bam”), a una sofisticazione quasi neoermetica (“fotografata disintegrazione”) che sarebbe stucchevole se tu non la usassi come materiale grezzo, come fai, ma bensi’ come muro portante. Per non dire delle prosopopee ottocentesche (“Aria”), come in un grande calderone o ipermarket dove converge tutto, dove nulla è in gerarchia e tutto rischia l’indifferenziazione. In questo, la filigrana postmoderna è forse anche fin troppo scoperta, e mi porta a una considerazione a margine, di poetica. Intendo dire che, sebbene il risultato finale, i testi in sé, sia ben armonizzato e personale, l’attitudine onnivora che organizza la loro stesura porta al disperdimento cognitivo del lettore, all’impossibilità di focalizzare il dettaglio, di portare a casa le intuizioni permanenti (le care proposizioni generali, o massime liriche…) che pure fanno qua e là capolino (per esempio, “oggi non temo / che ogni forma raccoglie da sola l’immenso”, bellissimo sprazzo metapoetico e anche, al tempo stesso, velata dichiarazione di poetica e giustificazione del plurilinguismo).

Secondo me il lettore riesce a partecipare meglio il testo (ti parlo, ovviamente, nell’ottica di una pubblicazione su carta e non della fruizione orale, della quale sai assai più di me) quando il dettato si scioglie e si libera dalla volontà di essere troppo serrato o originale, come per esempio negli ultimi sette versi della seconda poesia. È come se (ed è, ricordo bene, un appunto che mossi anche a Leonessa) ci si negasse a forza il lirismo, e poi finalmente il lirismo (che per me non è una vergogna ma una forza e inclinazione naturale dell’io scrivente), lirismo nel senso di discorso di peso, che resta, che ha una sua significanza (‘rule of significance’ la chiama Jonathan Culler), emergesse alla fine. Ma nel resto della poesia (mi riferisco ancora alla seconda), la ricerca ritmica posta in rilievo e il tentativo di rendere “volumetrica” la voce schiaccia l’occasione-spinta, che si intuisce tra le righe (una serata di confidenze, amicizie, di bagordi e filosofia?), cosi’ che chi legge ne è escluso, soverchiato, non proprio invitato. Questo, beninteso, non è tanto un limite tuo ma un rischio delle poetiche a cui mi sembri rifarti, quelle poetiche che, insistendo sulle forze centrifughe dei testi, vogliono minare le coordinate spazio-temporali e il discorso dell’io (faccio altri nomi – Rosselli, Frasca, Balestrini… ci ho azzeccato almeno in parte?).

Mi chiedo se questa vena affabulatoria non sia inoltre un modo per “scoprirsi ritratti un istante di vuoto”, cioè se non la sottenda una paura barocca del vuoto, come più esplicitamente chiosa Francesco Guccini in “Parole”, canzone poco famosa ma nel cui impeto lessicale potrai forse riconoscerti… Un ultimo punto è quello della riflessione metalinguistica che campeggia nella terza poesia, anche questo tratto conclamato del postmoderno. Il fatto che parole come “significato”, “lingua” e “bocca” (forzando un po’, il loro iperonimo è comunicazione) si trovano vicini come anche in Leonessa mi ricorda di quanto sia sotterraneo ma insistente questo tropo o metafora concettuale. Anche qui, il lirico cerca di inserirsi come un superstite – penso al finale “ripercorriamo l’eterno” ma soprattutto ai bellissimi versi “lasciare in ombra il significato, ombra di vino / che diviene polvere alla polvere, abbandono / all’angolo nel ring o all’angolo della bocca” (e notare come il tema barocco-mortuario ritorna, quasi sconfessando o rafforzando per antitesi il vitalismo del dettato).

Insomma, sono stato anch’io più rambler e spericolato del solito nella mia analisi, pattinando tra le forze centrifughe dei tuoi testi. Per riassumere, mentre è fuor di dubbio la maestria ritmica e lessicale, e anche la presenza di un’operazione consapevole, che magari potrai delucidarmi ulterioriormente a queste mie considerazioni, il rischio è che i testi siano poco abitabili nel loro rifiuto di un classicismo più bilanciato – o forse sono io che in un museo preferisco De Chirico o anche Kandinsky a Pollock, insomma le forme nette alla miscela esplosiva…

*

 

Steso per lo scambio me per l’assoluto
In attesa del trasferimento – fumo e e e
Prendo il posto di un mistero doloroso
Tengo regolare a memoria la mia stasi
Intermesso in barba a tutti e in tutti i casi
Ora tacendo con l’inverno il pari e patta
Ora ascoltando i lampi colorarsi in mute
asciutte – effetto calore, l’effetto caloroso
seduto/e poi, oso una miniserie, oso un
miserere di me, ancora i lampi e tu e tu
ramificata fotodisintegrazione – bim bum
bam rimani e avvampi oh viticcio di grazia,
scompari rimanendo l’Aria, fai che ti riévoco –
rasa casa – gamma di bene e di serenità, rara
al suolo e – d’accordo inventata: moltiplicata.

Vedi d’andare mancando ogni solco adibito
accanto con l’indefinito – e se malcapitata una siepe
per ogni dito che indica – andate! – sbagliate allora l’attrito
e mai più alcuna quiete – trafitti al prurito che sta
che fa – che da – che sa se significare – dritto o meno
lungi da te – un luogo lungo da cui poi svincolarsi
con la scusa di farne un ritorno a grattarsi via la paura
– l’amarsi dall’armatura – armarsi sui passi – a sbagliare
per gli altri e scoprirsi ritratti un istante di vuoto
sul volto croccante del significato – sparito
sparuto – sparato – tritato con arroganza
e mestiere di liquefare d’organza de: lo spirito
di tutto il sentiero – sintetico per ordinanza – e viene
fuori che tutti, ognuno, è saggio – e uno dopo l’altro
dicono: hai un nuovo messaggio.

Ma ogni epoca dice, ogni tempo pronuncia
con dimestichezza – mastica e sputa – è un oltraggio!
e il selciato de: l’anima, de: l’idea, de: la ragione e
chi l’ha avuta lo sa benone che non s’è mai trattato di questo.
che oggi non c’è più niente a temere –
niente a tenere a mente – oggi non temo
che ogni forma raccoglie da sola l’immenso:
come se nessuno potesse vederlo
come se vedere non avesse più senso.

 

*
Ho sostituito come mi hai detto tu le singole
gioie quotidiane con il salso del mare che si ottiene
mescolando il diluvio universale al maledetto il dio
al solitamente affetto da paturnie strane – poi
piovute le rane dovute – su come si dice: lo strame
ho prenotato il ristorante dove si mangiano strane
miserie di mille e più mille battaglie rese frattaglie e
commestibili per via di una corretta narrazione dei
fatti e strafatti andammo – dai – che c’eri anche tu:
andammo a bere l’ultima allo stato dell’arte locale
non climatizzato che andava di moda fino a quando
non siamo entrati noi – e voi – poi a notte fonda
quando le cose da dire erano già state dette
tutte – finché la fatidica buonanotte – rimasti
masticati dai tasti seduti una sedia ciascuno
inedia e nessuno – no – nemmeno il padrone
di un cane che all’ombra di un albero solo
forse pisciava o forse prendeva anche volo – forse
che noi eravamo seduti e più seduti di tutto
eravamo ritagliabili per i tratteggi del nostro
corpo fumante, e dunque seguiti, ebeti e fuggiti
e per stasi – quasi – tacendo riuniti. Mitici per dio!
Avrebbero detto i migliori – gli amici lontani
e poi – ancora – Grandi! – ma per quanti domani
domande del genere non sono mai state
e mai generate saranno, col medesimo noaudio
con il millesimo di secondo frazionato, sono
d’accordo ti dissi, qualsiasi cosa tu stessi
pensando e di nuovo un sorriso – e di nuovo
abbaiando prendemmo il volo anche noi
come quel cane che stava pisciando.

 

*

Tuttavia ripercorrendo – cioè effettuando
una corsa (ripercorsa) la corsa in se
vuol dire presa e messa al massimo
livello di ripercorrenza – celebrata dunuqe
catturata nel suo stesso simulacro
a volte andata, poi tornata – questo è il senso
pur tuttavia, la via per dire vita – a tutta vita
si potrebbe dire se vogliamo poi sostituire
birra a vita / potremmo mai averne una
fornitura? Potremmo mai così sperare,
lasciare in ombra il significato, ombra di vino
che diviene polvere alla polvere, abbandono,
all’angolo nel ring o all’angolo della bocca
– bocca ring come anello alla lingua,
– Lingua dito – quale?
Lingua che si è persa nella vita, geometrica
è il dito che indica vibrando è dunque indice,
unità lessicale – forma che la carne si è data / il dato
che viene messa all’ I. – dunque (ritorniamo alla funzione)
lingua proibita, censurata – fra le dita
lingua come intecapedine, e di nuovo angolo
lingua cha fa a pugni e di nuovo ring
lingua del lord of the ring – del famoso glossologo
linguaccia, pernacchia, piede perno perchè
proseguendo, dove il dito indicava, saliva
la lingua che vibra, ripercorriamo l’eterno.