Leopoldo Attolico, “Vandalismi ed elegia”, da “La realtà sofferta del comico” (Aisara, 2009)

Conosco da anni questa poesia e il suo autore, Leopoldo Attolico (www.attolico.it), e posso dire – per fortuna – che il suo mistero ancora “resiste ad oltranza”. Provo a darne qui una lettura che non faccia torto a questo strano residuo elusivo; strano perché a fatica verrebbe di associarlo con il suo tono narrativo e piano – talvolta perfino gergale (per es. “l’hanno pagata cara”). Ma, anzitutto, ecco il testo della poesia:

Vandalismi ed elegia

Di questo itinerario son rimaste
le randellate di Pulcinella a Pantalone
le panchine basse del Pincio
le gambe delle mamme
le sagrestie scombussolate del pudore
e, a sera, lo zero lattescente della luna
per sigillo.
E’ rimasta una cifra sospesa a metà strada
tra la piccola preistoria personale
e un tamburo di latta a ribadire
sprazzi di grazia antica
dipinta dal suono.

Più in là
soltanto la Prima Comunione ha salvato la faccia
ha un colore intatto dalla sua
e resiste ad oltranza;
come quei mezzi busti un po’ fantasmi
tra siepi di mortella spelacchiata
che per aver troppo annusato la gioia
l’hanno pagata cara
e son rimasti senza naso
stupiti anzichenò
nel verde di una favola.

(da La realtà sofferta del comico, Aìsara, 2009)

Qui il titolo ha importanza massima, proprio nel binomio che associa vandalismi ed elegia: cos’hanno in comune le due cose? e cosa di opposto? Cominciamo da elegia. Essa è anzitutto un genere poetico, ed è ovvio che questa connotazione entri nel testo, anche considerando i numerosi riferimenti scherzosamente meta-poetici che costellano l’intero libro da cui la poesia è tratta. In quanto genere poetico, essa si oppone a vandalismi: all’immaterialità intellettuale della poesia fa da contraltare l’estrema fisicità dell’atto distruttivo, non diversamente da un’altra poesia di Attolico in cui le poesie uscivano sconfitte, agli occhi del figlio, rispetto ai formidabili cazzotti di Bud Spencer. C’è però anche un’opposizione più stringente fra i due termini: la “elegia” infatti, nell’antica Grecia e a Roma, aveva una forte componente etica e civile, proponeva un modello eroico collettivo e perciò complementare a quello dell’epica. Si capisce allora che, in questa accezione, elegia è metonimica rispetto a civiltà come vandalismi lo è rispetto a barbarie. Un dualismo, nuovamente, si annuncia all’orizzonte.

Come è risolto o trasposto nel testo tale dualismo? Anzitutto, bisogna dire che tutte le accezioni e le relazioni sopra abbozzate non sono digressioni, ma presupposti necessari per capire la poesia: che fa entrare e integra con maestria scrupolosa, anche a livello linguistico, tali variabili nel tessuto del testo. Anzitutto, la parola più carica in incipit è son rimaste: posizionata a fine verso (posizione forte anche a livello visivo e d’intonazione), non può non rimandare, ritmicamente, al celebre incipit ungarettiano di San Martino del Carso: Di queste case / non è rimasto / che qualche / brandello di muro. Là era la guerra; qui una distruzione in minore, ma che non nasconde di meno la sua violenza, con le randellate di Pulcinella a Pantalone. È necessario tornare sul valore di quel rimaste: il verbo “rimanere” infatti porta con sé associazioni tanto d’incompletezza quanto di resistenza. La prima riassume e fonde i motivi elegiaci e quelli vandalici. Da un lato infatti, il testo elenca mancanze fisiche: mezzi busti un po’ fantasmi, rimasti senza naso; dall’altro lascia intendere che queste mancanze possono essere materia di elegia, di rimpianto. L’elegia – nel senso moderno del termine, stavolta – sublima ciò che rimane nel ricordo, lo trasforma in bellezza. C’è una fiducia nella bellezza, che appare a intermittenza ma in maniera luminosa: dalle gambe delle mamme allo zero lattescente della luna (immagine compressa, sinestetica, che può far pensare a Zanzotto), per non dire della sinestesia dipinti dal suono, la fisicità dell’annusare la gioia, e il verde di una favola.

È un modo estremamente onesto di travestire la realtà: il dolore non è gridato (vedi anche la prima poesia del libro, dove il poeta redarguisce ironicamente le epigoni di
Sylvia Plath e Anne Sexton) ma è più reale proprio perché più pietoso il tentativo di coprirlo. Il che spiega, d’altronde, l’intero titolo del libro: la realtà sofferta del comico. Ma di quale realtà si parla qui? Beh, è difficile negare la convergenza di motivi schiettamente italiani: le maschere della Commedia dell’Arte, la città di Roma evocata dal toponimo Pincio, i riferimenti cattolici della sagrestia e della Prima Comunione. L’elegia, intesa come nostalgia e retorica del “prima si stava meglio”, o adorazione delle rovine, potrebbe allora essere la rappresentazione di un malcostume italiano. Ma questa interpretazione svilupperebbe “elegia” nel senso moderno, mentre quella precedente prenderebbe in considerazione il senso antico.

La poesia ingenera allora un campo di forze: come una partita di scacchi, ci spinge a pensare a varie possibilità. Una di queste è che vandalismi ed elegia potrebbe anche
suggerire uno scenario o evento possibile: una rivincita degli istinti naturali (pagani?, dionisiaci?) contro le costrizioni religiose imposte (le “sagrestie scombussolate del
pudore”). Una distruzione positiva, che cerca di fare tabula rasa del passato. Ma il passato è ingombrante, e a Roma più che mai: così la Prima Comunione – personificata a prosopopea secondo un cliché della poesia classica – sfugge al saccheggio, resiste ad oltranza, immutabile al passare del tempo e all’avanzare della civiltà. E poi, chi sono quei mezzi busti un po’ fantasmi che l’hanno pagata cara? malgrado la similitudine esplicita (come… quei mezzi busti), essi sembrano i veri sconfitti: l’impersonalità della Prima Comunione riesce a salvare la faccia, mentre chi, fidandosi delle spinte istintive annusa la gioia, rimane senza naso.

La poesia si chiude col ritorno di qualcosa che rimane, stavolta però nel segno del negativo, della mancanza appena, pietosamente mascherata, dal verde della favola.
Inoltre, alcune notazioni linguistico-stilistiche per mostrare, ancora di più, come il testo si tiene intelligentemente insieme: il riferimento a mamme può dettare l’uso, pochi versi dopo, di lattescente (arcaismo, come altri nella poesia, per es. anzichenò, e legato alla
dimensione archeologica del testo, che parla di rovine e mezzi busti); l’espressione a sigillo è seguita, iconicamente, da un punto fermo, a presentare un riquadro scomposto,
che ha qualcosa di fiabesco e qualcosa di sinistramente concreto; lo zero della luna (riferimento tanto alla sua forma quanto al suo valore nullo: ancora un tema leopardiano e poi zanzottiano?) è ripreso dalla cifra sospesa a metà strada, mentre la strada richiama l’itinerario dell’inizio (itinerario è un termine turistico: quindi supporta l’interpretazione per cui le rovine sono adorate, per cui l’Italia dorme sui suoi allori).

Qual è la conclusione? Leopoldo Attolico ci mette in una posizione problematica, alludendo al dualismo barbarie-civiltà e mostrando come la barbarie può essere civile se rovescia un ordine esistente, mentre la civiltà può essere barbara, se resiste a oltranza tappandosi le orecchie agli umori che montano dal basso. Tuttavia, come abbiamo visto,anche il ruolo dell’arte è chiamato in causa, nel suo potere liberatorio e istintuale (tamburi di latta, piccola preistoria personale) ma anche consolatorio e impotente contro l’ignoranza della violenza, dell’arroganza.

 

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