Carmen Gallo – La corsa (Marcos y Marcos 2019)

[Di recente su La Balena Bianca è uscita una mia lunga recensione sul XIV Quaderno di poesia italiana. Ho deciso di pubblicarne qui alcune parti relative ai singoli autori. Dopo Pietro Cardelli e Andrea Donaera tocca a Carmen Gallo. Buona (ri)lettura!]

Nel caso di Carmen Gallo appare più chiara [rispetto a Cardelli e Donaera] la direzione  intrapresa, giusta la selezione dalle due raccolte precedenti Paura degli occhi (L’Arcolaio 2014) e Appartamenti o stanze (Edizioni D’If, 2016), nonché del poemetto finora inedito La corsa, che secondo il prefatore Massimo Gezzi raccoglie la pesante e ambiziosa eredità del poemetto neomodernista (p. 123). I due libri editi appaiono in qualche modo complementari: al dettato uniperiodale, melodico nei molti settenari e novenari, lirico benché “raffreddato” dalle forme grammaticali impersonali («mettersi a contare gli anni | con gli occhi nascosti | nella curva di un braccio») del primo libro fa da contraltare, nel secondo, un ritmo meno effusivo, l’interpunzione a fare da ancella della sintassi («La donna con i capelli neri | ha sceso le scale con le braccia vuote. | La donna bianca l’ha salutata | con gli occhi nelle mani.»). Gallo tematizza, sulla scorta di Beckett, il rapporto fra linguaggio e verità, ed è la sola a farlo in modo così esplicito fra gli autori scelti: «come sapere che tutte le bocche | professeranno il falso», p. 129 (da confrontare con Giuliano Mesa, che ugualmente prese le mosse da Beckett: «di più falso non c’è nulla | che il voler dire il vero»; ma anche, all’opposto e per la comune ricorrenza lessicale, con il Fortini de La gioia avvenire: «E dalle bocche sparite dei santi | Come le siepi del marzo brillano le verità»). Appartamenti o stanze può essere letto come un romanzo giallo in versi estremamente ellittico, con personaggi caratterizzati da epiteti generici (“la donna bianca”, “l’uomo”, un sinistro “noi” non identificato) e quindi a potenziale simbolico-allegorico. Questo libro ha ricevuto molta attenzione critica, pertanto rimando alla puntuale recensione-saggio di Pietro Cardelli (che con Gallo condivide una certa opacità referenziale nel tratteggiare le scene, una propensione per l’implicito e la reticenza), a quella di Tommaso Di Dio su questo sito, nonché alla puntuale nota del prefatore Massimo Gezzi, che rileva fra l’altro l’incidenza della modalità del sogno e dell’allucinazione (p. 120). Se torniamo alla mappatura proposta da Buffoni, Gallo risulta di non facile collocazione: la sua è sì poesia civile ma di taglio allegorico, non declamatorio, come risulta evidente in questi versi che denunciano implicitamente la condizione di subalternità femminile, o meglio la violenza patriarcale che tale condizione vuole immutata: «Quando tornano nella stanza | le donne tornano grandi e urlano più forte. | Noi le chiudiamo tutte a chiave | e non si sente più nessun rumore» (p. 147; fra parentesi, difficile non pensare a Jane Eyre rinchiusa nella torre del castello). Al tempo stesso, la misura neoclassica della lingua, lessicalmente mediana e distante da ogni tipo di eccesso barocco (tratto che Gallo condivide senz’altro con Maddalena Lotter e Raimondo Iemma) non sono poi forse lontanissime dal “nitore post-montaliano” di Magrelli, secondo l’efficace formula di Buffoni nella succitata intervista. In sostanza, Gallo è forse l’autrice più matura fra gli antologizzati, o perlomeno quella a cui mi riesce più difficile muovere critiche: ci si potrebbe lamentare della natura a tratti “poco ospitale/empatica” di questa scrittura o del suo fondo tragico, vòlto a lasciare emergere il trauma, ma questi elementi sono usati e rivendicati con molta autoconsapevolezza.

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