Andrea Labate, “La resa del margine” (L’arcolaio 2015)

(Il testo che riporto qui sotto è la prefazione al libro d’esordio di Andrea Labate, coetaneo degno di nota. Segnalo anche la bella recensione di Roberto R. Corsi su Perigeion).

Ci sono autori in cui il talento – per quanto non sempre affrancato dai modelli di cui si è nutrito – non può fare a meno di offrirsi alla lettura con naturalezza, quasi con grazia. Andrea Labate mi sembra essere tra questi. Me ne resi conto, e glielo scrissi, valutando un paio di anni fa per un concorso un mannello di suoi testi, e in seguito in una nota privata dove ne approfondivo tre che sarebbero confluiti in questa opera prima e già matura, La resa del margine.

Qual è il margine che si arrende o che viene reso, consegnato? È una zona periferica e simbolica dove avviene di continuo la transazione io-mondo, declinata talora come disponibilità all’altro (“c’è un vento leggero che ci avvicina”, Giù) talaltra come ferita e sconfitta. C’è certamente una faglia, una lacerazione dalle molte incarnazioni testuali – è lì che si situa il margine. Leggiamo infatti, fra altri esempi possibili, di un “muro di stagnola che separa i passi soffocati dalle metropolitane” (Vorrei fare un tentativo ma ho trovato un posto di lavoro), di un “confine” in Parallelismi e di “ferri a bisettrice nella pancia” in Preparazione: il margine si sta colmando; fino allo “sbrego” dell’ultima poesia (Sdì è un nome che non riesco a immaginare) che va “premuto con le dita, fino a saturazione”.

Scrivere, del resto, è tessere (testo = textus, tessuto), cucire, curare: non è forse un caso che il testo d’apertura alluda a una malattia e a un malessere difficili da articolare:

 

La terra è sparsa sulle diagonali
racimola un contagio familiare.
L’aquila in cielo non spaventa le nuvole.

Fuori è un impatto d’afa, chiodano
il bronzo scaduto agli edifici fatiscenti
nel pomeriggio stanco che svapora.

Se ne va, l’alone tarantola le garze
il letto è scomodo, la morfina
fa il suo giro.

 

A conferma della riuscita del testo, è utile soffermarsi sull’ambivalenza di “contagio familiare” (contagio usuale, o relativo a un membro della famiglia?), sui correlativi oggettivi di un probabile malato (“edifici fatiscenti”, “pomeriggio stanco che svapora”), sull’anonimità del referente (chi è che “se ne va”?) o sulla violenza agentiva dell’alone che “tarantola le garze”, con scelta di verbo dinamico, espressionista. O ancora sul ritmo petroso e preciso dei versi, sul contrasto tra la solidità della struttura e l’opacità inquietante della scena allusa.

Tale procedere netto, dichiarativo, cui si accompagna un gusto per lo straniamento dell’immagine, è una costante del libro. L’istanza deformante, di matrice surrealista, è fortissima in questi versi, tratti da Una parete bianca:

 

Il cielo scalcinato smorza i miei disordini
mi mormora che la notte ghigliottina un’ombra spastica
tra il gozzo e lo stomaco
a brancolare fra noi due.

Qualcuno potrebbe forse tacciare questo passo (e altri nel libro) di barocchismo, di ricerca esasperata dell’effetto; pochi potrebbero però negarne l’energia disorientante. Nume tutelare è qui il García Lorca di Poeta a New York, “assassinato dal cielo / fra le forme che vanno verso la serpe” o nella sua “allegria di ruote dentate e di fruste” (da Tutte le poesie, Garzanti, trad. di Carlo Bo). Al tempo stesso, Labate qua e là inietta dosi di registro informale e intimo (“a farsi fottere l’educazione”, “per oggi è okay”, “addio ma’”, “Mi scusi, mi scusi”), a controbilanciare la letterarietà, lo scarto del dettato in alto.

La resa del margine è perciò un’opera in cui convergono, fecondamente, spinte opposte: titoli frasali che scherzosamente minano la serietà gnomica del dettato; sprezzature ciniche (“firma, hai le ferie pagate”) che trovano posto accanto a momenti di indifesa apertura confessionale, come nei versi qui sotto:

 

Qualcuno ama seguire le costellazioni
io quel pomeriggio ebbi paura
a non vedere intorno nessuna casa per chilometri.

Mi sembra utile avvicinarsi a La resa del margine come a un diario trasfigurato da una irriducibilità soggettiva e tenuto insieme dallo sforzo di uno sguardo oggettivo; una fusione di autobiografia e mediazione letteraria, un romanzo di formazione dal percorso accidentato in cui l’ottusità (del mondo, della realtà offesa dal “ristagno dell’industria”) viene assunta su di sé e al tempo stesso combattuta. Così la difficoltà della visione accennata in merito al primo testo si fa paradigma di una temperie generazionale ben nota: quella della precarietà (lavorativa, esistenziale) che pesa soprattutto sugli autori della generazione di Labate (e mia). Infatti, se leggiamo “un potere distruttivo ci fa chinare il volto” (Lei è stata più o meno un osso seppellito), restiamo impotenti di fronte all’impossibilità di caratterizzare tale potere distruttivo in alcun modo, dovendoci limitare a registrarne gli effetti (perversi) su di noi; non diversamente accade in quel “qualcosa non funziona” (Impressioni), dove il pronome indefinito non ha alcuna specificazione; e si potrebbe continuare.

Contro lo sfruttamento furbo e sottile della metropoli, non deve allora stupire la fiducia affidata agli elementi ancestrali, a un “anniversario della terra” (Frastuoni), alle pietre che “hanno karma” (Linee guida), al bellissimo finale – risonante di saggezza orientale – della poesia Ed essi si armonizzeranno se lasciati soli e non forzati nelle conformità. Oppure – poiché molte sono le vie della difesa –  fidandosi del vitalismo inarticolato e potente di quella “forza oscura / che ti fa fare certe cose” (Tre movimenti e solitudini) scagliato contro le forze impersonali che la vita offendono. Istinto di vita che scatena la piena di versi di cui si è dato conto qui, e che – ci auguriamo – Labate continuerà ad assecondare, per sé e per i suoi lettori, in futuro.

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