Andrea De Alberti, “Litalìa” (La Grand Illusion, 2011)

(Questa recensione è apparsa su L’immaginazione nel 2012. La ripropongo qui. Nel frattempo, di De Alberti è uscito Dall’interno della specie (Einaudi 2017), un libro importante che mi riservo di recensire più avanti)

Diciamolo subito: questa Litalìa (La Grand Illusion, Pavia-Bruxelles, 2011) costituisce, già fin dai primi versi, un punto di rottura rispetto alla poesia scritta in precedenza dall’autore (Solo buone notizie, Interlinea 2007; Basta che io non ci sia, Manni 2010), alla quale invece si riallacciano gli inediti apparsi sul sito Le parole e le cose [poi confluiti in Dall’interno della specie]

La prima novità di Litalìa è sul piano grafico, grazie alla formattazione singolare del poemetto: è possibile infatti guardare all’opera come a una mappa, con le sue 20 regioni-strofe a emergere dalle pagine. Questa operazione indaga le possibilità comunicative offerte dall’assetto grafico del testo, ora rigorosamente incolonnato come una lista della spesa, ora sinuoso e serpentino nelle rientranze variabili dei versi, ai quali si accompagnano le serigrafie di Teresa Sdralevich. Questa collaborazione tra il poeta e la grafica del settimanale «Internazionale» è cifra integrale del libretto, la cui idea originale, per ammissione dello stesso De Alberti, è di Giuseppe Zappelloni, fondatore di La Grand Illusion.

Da un punto di vista testuale, Litalìa esibisce una struttura ostinatamente elencativa, inchiodata all’anafora c’è/ci sono seguita da complemento oggetto – a volte semplice parte nominale, altre volte un’intera proposizione. Questo rilievo è però solo un sintomo della vera alterità di quest’opera, che risiede sul piano del rapporto io-mondo. Infatti, se i testi delle due raccolte precedenti costituiscono unità dense, articolate in un discorso risultante dalla dialettica tra l’io e il mondo e sostenute dal tentativo di ricostruire una storia (un senso quindi, una narrazione), in Litalìa manca tanto l’io quanto la storia, e il mondo è una somma di immagini e affermazioni spersonalizzate, a mimare quelle restituiteci ogni giorno dai media.

Ecco il perché dell’elenco: l’elenco è senza storia, manca di svolgimento, di telos, mina il fondamento stesso del discorso. Non solo: de Alberti nega all’elenco ogni sua funzione potenzialmente utile alla narrazione (per esempio, il climax), cosicché ogni verso (che corrisponde sempre a una unità sintattica e, sul piano  semantico, a una unità enunciativa) è giustapposto al precedente, a volte in virtù di una tematica comune, a volte senza nemmeno questa spia coesiva.

A dimostrazione di quanto forma e contenuto siano inseparabili, il titolo dell’opera è un neologismo che contiene il tema (l’Italia) e il modo d’espressione (la litanìa), sfigurando però entrambi: l’Italia non è subito riconoscibile, e il genere della litanìa è violato, in quanto qui nessuna affermazione trova una risposta. L’opera è così un’allegoria dell’Italia, nella sua monotona stagnazione, nell’abbondanza dei proclami sentenziosi che fanno forse il verso alla facile attitudine al giudizio sommario, e che però De Alberti carica talvolta di senso positivo e di sentenziosità (come, ad esempio, in «c’è chi vive in un solo verso», «ci sono gli scrittori che scrivono di notte perché non vedono bene la luce»).

Nel complesso, un’operazione consapevole per un risultato al tempo stesso carico di significanza e di un naivismo esibito quasi aggressivamente; operazione con la quale il poeta fisico corre consapevolmente il rischio di essere identificato, dal lettore poco avveduto, con il ventriloquo – l’io svuotato – a cui dà voce qui, e che lo include ed esclude a un tempo.

E tuttavia, nell’apparente facilità (quasi gratuità) di questi versi, c’è un’intelligenza linguistica che non si vergogna a giocare con le parole, a ricorrere alle omonimiei conservatori del presente») alle contraddizioni ossimoricheuna dietrologia sul futuro») e al rovesciamento di prospettiva («ci sono le diapositive del primo anno, / non ci sono le diapositive dell’ultimo attimo di vita»); ma c’è anche una quantità di riferimenti e allusioni, dalla pubblicità («c’è una banca intorno a te / che non si chiude mai») alla poesia, con allusioni a Pascoli, Eliot e Sereni, e un riferimento diretto a Dante, in minuscolo nel testo come tutti i nomi propri. E, a proposito di Dante e della sua numerologia, non sarà un caso che molte delle strofe del poemetto di De Alberti siano composte da 21 versi, il risultato della moltiplicazione dei due numeri cristiani per antonomasia, il 3 e il 7.

La saturazione che si accumula durante la lettura rende benissimo, mimeticamente, la disillusione e l’impotente frustrazione di questi anni, dove persino le affermazioni di speranza che, coniugate al futuro con funzione modale, fanno capolino nelle ultime strofe («ci saranno sentieri illuminati», «ci saranno gli sfrattati della terza casa al mare») sono minate dall’evento improbabile nella concessiva dell’ultimo verso («ci saranno    tutte queste cose se dell’acqua abiterà la luna»). E in questo futuro improbabile sembra chiudersi, in bilico tra una fede paradossale e una rassegnazione inscalfibile, l’anti-fiaba italiana del primo verso: «c’era una volta un re».

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