Nunzia Binetti, “In ampia solitudine” (dall’antologia Retrobottega 2010 – 10 sillogi inedite, CFR)

(Questa recensione è stata pubblicata sul numero 23 della rivista Capoverso, nel 2012. La ripropongo qui. Nunzia Binetti, anche amica e “compagna di penna”, è autrice schiva e di valore – questa recensione è sulla silloge “In ampia solitudine” che preclude al libro Di rovescio, pubblicato per CFR edizioni con una nota del compianto Gianmario Lucini. Al link sopra indicato anche alcune poesie tratte dal libro. Buona lettura)

 

L’ampia solitudine di Nunzia Binetti

Seguo ormai da anni la poesia di Nunzia Binetti, sulla quale mi ero espresso in un articolo del 2007[1] che mi sento di sottoscrivere tuttora, nonostante i successivi sviluppi della sua arte.

L’occasione che mi spinge a riscriverne è l’uscita dell’antologia Retrobottega 2010 – 10 sillogi inedite[2] (Edizioni CFR – Poiein, Sondrio, a cura di Gianmario Lucini), dove Binetti è presente con una silloge dal titolo In ampia solitudine. Si tratta di una pubblicazione abbastanza corposa (20 poesie) cosi’ da offrire ai lettori la possibilità di conoscere una voce matura e appartata, di sicuro valore. Una pubblicazione che invita anche a un primo inquadramento critico della sua opera, che qui mi accingo a fare, anche nell’auspicio di essere seguito da altri.

Risaltano, dopo una prima lettura, tanto la compatezza e l’omogeneità della silloge quanto la specificità di ogni singola poesia. Il primo fatto testimonia la fedeltà della poetessa ai suoi temi, al suo sentire, l’adesione a un’idea organica dell’opera d’arte che ha in sospetto i vari travestimenti postmoderni (ma, del resto, il postmoderno stesso sta entrando nel passato). Il secondo invece indica l’importanza della situazione poetica, che dà a ogni testo una diversa curvatura, assestata attorno a un centro tematico ed emotivo: come si legge nell’introduzione, il suo canto fa “continuamente il punto della situazione e [raccoglie] il senso di ogni evento” (Retrobottega, p. 36). Ci sono, certamente, note ricorrenti nei testi, ma manca una griglia preordinata, sia essa un habitus metrico o mentale; e manca una sovrastruttura ideologica (principio maschile del Logos) a costringere e ordinare l’afflato poetico.

Gli impulsi alla trascendenza presenti in queste composizioni vengono, con intelligenza dialettica, confrontati con e verificati su uno sfondo esperienziale, che incrina la voce lirica, verticale, in sorprendenti eppur misurate intrusioni del parlato (“Ceno. / Non un gatto per casa (né l’ho chiesto)”, Insane intermittenze), e di espressioni ironicamente razionali (“Che tu non sia fiore / (però sai ancora di campagna a primavera) / ormai è assodato”, Via la luna) che, soprattutto nelle composizioni più recenti, correggono il rischio di sovrattono implicito nel gusto per l’aggettivazione carica (“Natale ipnotico”, “pallidi ricordi illuni”) e per i latinismi (“beanze”, “dulcedo”). Non solo, la mescolanza di natura e scienza (“spore / d’amore artificiale, geneticamente modificato”, Via la luna) deve certo qualcosa all’amato Zanzotto, in particolare a quello ermetico di Dietro il paesaggio e Vocativo.

Il ritmo, pur modellando il verso libero su un respiro tutto sommato costante, lontano da estremi telegrafici o da colate magmatiche, offre sprazzi di asciuttezza imagistica (“è di brace l’estate / brucia il biondo dei lidi. / Liturgia della notte: / il nero squarciato / è la luna”, Requiem) o pause cariche di pathos (“E premo sul cuscino ciò che non sono // In ampia solitudine”, Interruttore).

L’aggettivo “lirico” utilizzato prima merita ulteriori considerazioni: la sua valenza, pur comprendendo il potere catartico del canto e un sentimento della natura, non si riduce affatto a esso. Piuttosto, il lirismo è un modo di stare al mondo, e mettere al centro della propria poesia l’Io è un atto di umiltà e orgoglio al tempo stesso: l’umiltà di non parlare per altri, e di non azzardarsi a trattare di eventi sociali, sui quali non potrebbe applicarsi lo stesso impulso d’introiezione riservato all’Io; l’orgoglio di portare il lettore verso la propria percezione e individualità, senza mai mendicare l’ascolto, evitando così quel tipo di empatia generalista (e perciò facile da replicare) di tanta poesia mainstream.

L’Io è rifratto in molteplici elementi coi quali prende forma una fugace identificazione a impedirne, o rimandarne, il dissolvimento, in un metamorfismo irrequieto: la poetessa è allora “nido di passero”, “giunco nel canneto”, sarà “minuta come una mosca”, è creduta “foglia secca”; o è appena un “dilatarsi di pupilla”, ma non “dea o enigma rauco” né “la ragazza dal fiore rosa ai capelli”. Immagini di femminilità complementari queste ultime due, eppure entrambe negate, perché “ho speso un tempo di donna / moneta che non torna” (Fragile poesia). Eppure, la femminilità negata dal discorso si invera nel discorso, con l’investimento femminile nel paesaggio (“A questo paesaggio piatto, senza fianchi / né seni mi tiene aggrappata la vita / o qualche novembre”, Novembre), l’importanza del ciclo stagionale, sia pure rovesciato nei valori (“la primavera è prato di illusioni, / la bugia grande che ti elide tra sonno e fasci / incisi di uno strano sole”, Apri-le), il bisogno di protezione (a volte, perfino di regressione: “mi raccolgo tra gocce di liquido amniotico”, Estate) e d’indipendenza, la sensualità espressa dalle sinestesie e dagli avvolgenti richiami fonici (“sospira pallida, mezza malata”, Via la luna; “liquide lentezze, anestesie / risanano strapiombi di tristezze”, Ultima ipotesi).

La presenza di un io lirico in “ampia solitudine” (si noti il riscatto dell’aggettivo, che sa anche di grandezza e risonanza) non rende tuttavia questa poesia autoreferenziale, se per ciò s’intende una poesia che, ricadendo su di sé, non offra la possibilità di allargare gli orizzonti percettivi di chi legge. Al contrario, l’uso che fa Binetti del linguaggio permette questa acquisizione esperienziale nel lettore accorto e partecipe, e poi l’alterità è materia immancabile di queste poesie, esplicandosi nel frequente e vario ricorso all’invocazione e all’apostrofe.

Il primo testimonia una nostalgia, un anelare l’intero (“Aspergimi di magnetiche risonanze / perché io non dimentichi / i nodi delle dita sulle tue mani grandi”, Aspergimi); il secondo una sfida raccolta, un’accusa (“Non è silenzio, è mutezza, la tua”, Effetto placebo[3]). I destinatari più frequenti sono la natura, la poesia e la figura maschile, come in Idea obliqua, dove l’io e il tu si alternano in un gioco di evanescenze benissimo suggerito (“Sono scheggia di luce radiante su gialli crema. / Non mi distingui”, dove l’atto puramente visivo del “distinguere” assume implicazioni di trascuratezza da parte di lui).

A ogni modo queste categorie, utili ai discorsi critici, non reggono alle capacità sintetiche della poesia: e infatti più volte in Binetti lingua e natura si fondono, come  nella splendida Apri-le che “non è un mese / solo lo schiudersi di un uscio al dopo”, con la ripresa e (diversa) negazione del celeberrimo verso di Eliot “Aprile è il mese più crudele”.

Viscerale senza esibizionismo, raffinata senza manierismo, la voce poetica di Binetti cerca orecchie in grado di percepirne i tremiti interni, i cambi d’umore, l’eleganza sintattica e sonora: cerca anzitutto affinità elettive, ma non rifugge affatto il lettore comune – a patto, chiaramente, che questi sappia mettersi in paziente ascolto, per partecipare sì i temi universali toccati da questa poesia, ma sotto il suo particolare angolo.

[1] L’articolo si può leggere e scaricare qui: http://castiglionedav.altervista.org/blog/critica/

[2] La recensione si può leggere qui: http://www.criticaletteraria.org/2011/07/scovare-la-poesia-nascosta-i-poeti-di.html

[3] Questa poesia è stata tradotta da Slavica Mitic Paolillo in Serbo cirillico sulla rivista “Bibliozona” della biblioteca nazionale di Nis (Serbia).

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